Le cooperative stanno bene e creano occupazione
E' quanto emerso nel convegno che si è tenuto alle Ville Ponti. In provincia di Varese operano 862 cooperative (erano 797 nel 2007) per 9.477 addetti di cui 8.788 dipendenti
La cooperazione e l’impresa sociale godono di buona salute. E’ questa l’immagine restituita ai tanti presenti dai relatori del convegno, che si è svolto alle Ville Ponti, sulla cooperazione e l’impresa sociale. Dopo i saluti di Bruno Amoroso, presidente della Camera di Commercio e di Claudio Marelli, consigliere del settore cooperazione dell’ente camerale, si è passati subito all’analisi dei dati.
Il settore, nonostante la crisi, ha sostanzialmente tenuto. In provincia di Varese, secondo i dati analizzati da Pietro Aimetti del gruppo Clas di Milano, operano 862 cooperative (erano 797 nel 2007) per 9.477 addetti di cui 8.788 dipendenti, in leggero calo (-0,7 %) rispetto al periodo pre-crisi. « Il sistema cooperativo varesino – ha spiegato il ricercatore – è dinamico, lo dimostra il significativo numero di nascite negli ultimi anni e le conseguenti opportunità occupazionali, soprattutto per giovani e donne. È vero, c’è stata una flessione, ma assai inferiore rispetto all’economia nel suo complesso».
Le cooperative sono portatrici di «valori condivisi e puntano al bene comune – ha sottolineato Domenico Pietrantonio, dell’Osservatorio cooperazione e imprenditorialità sociale – e se si persegue il bene comune, la persona è più soddisfatta e lavora meglio». Le cooperative sociali danno una «speranza» a tutta la comunità, perché rispondono anche alla ricerca di senso dell’esistenza, soprattutto in un momento storico, dove tutto sembra essere travolto dalla crisi e subordinato alla finanza. Significative a questo proposito le due case history presentate da Massimo Folador dell’Università Liuc e da Rossella Locatelli dell’Università dell’Insubria. La prima riguardava l’incontro tra il mondo profit e quello non profit, ovvero la collaborazione sul piano della produzione tra la cooperativa “Solidarietà e lavoro” e la “Vito Rimoldi” spa specializzata nella fabbricazione di guarnizioni. «Il nostro prodotto non è fare guarnizioni- ha spiegato Francesco Luoni presidente della cooperativa – ma creare posti di lavoro per le persone svantaggiate. E per farlo devi tirare fuori il talento di ogni persona».
La seconda era una storia di «discontinuità aziendale», segnata dalla nascita della "Nuova Varese Pellicce" società cooperativa di Cunardo voluta dagli ex dipendenti che per evitare la chiusura sono diventati a loro volta imprenditori. «Non è stato semplice – ha spiegato Daniele Vistola, uno dei tre fondatori della cooperativa – perché abbiamo incontrato diverse difficoltà nel reperire i soldi che le banche non ci prestavano. E così abbiamo messo a disposizione le nostre liquidazioni e altri beni personali per raggiungere il finanziamento di 90 mila euro necessario per iniziare».
«Le risorse a livello regionale – ha puntualizzato Alessandro Ronchi della Regione Lombardia – ci sono. Se però vediamo i dati relativi al Frim, il fondo per la competitività delle imprese cooperative, osserviamo che quelle varesine tra il 2010 e il 2011 hanno ricevuto solo il 2,6% del totale, ovvero 486 mila euro, contro i 6 milioni e mezzo ricevuti da Brescia e i 4 milioni e mezzo ricevuti da Bergamo».
Infine, gli scenari di sviluppo possibili per le imprese cooperative sono stati tratteggiati da Carlo Borzaga, massimo esperto della materia e docente di Politica economica all’università di Trento . «Tre sono gli ambiti – ha spiegato l’economista – in cui ci puo’ essere sviluppo: i servizi alla persona, i servizi alla comunità e l’organizzazione di reti tra piccole imprese a carattere famigliare. Tutto ciò però dipende da una serie di fattori esterni e interni alle stesse cooperative. Da una parte sarà importante la regolamentazione dei mercati e delle stesse cooperative. Dall’altra il movimento cooperativo dovrà abbandonare un approccio ancora troppo ideologico, sviluppare forme di governance che siano capaci di coinvolgere i soci e formare una classe manageriale che abbia chiare le specificità non solo del settore di attività, ma anche della particolare forma di impresa che si trovano a gestire».
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