«Altro che formazione e lavoro, il Paese è una nave senza guida»
28 Settembre 2005
Egregio direttore,
Sentinella quanto manca al mattino?
Scrivo dalla periferia dell’impero, fuori “i salotti buoni” dove si fa la Storia ma anche l’Economia e spesso la Geografia. Dalla profonda provincia fatta (fuor di retorica) di lavoro, piccoli sogni quotidiani dove non si decide ma ci si adegua, con buona pace della Democrazia.
C’è un senso generalizzato e profondo di spaesamento che attraversa tutti gli strati della società o più banalmente pervade le persone che incontro che vedo e sento.
C’è la difficoltà economica, ma ancora di più la sensazione di essere su una nave senza guida, senza prospettive , senza strategie.In una Repubblica fondata sul lavoro, c’è la sensazione che il Lavoro sia stato svilito, riducendolo a merce precaria di scambio, merce estremamente deperibile e svuotata della capacità e della possibilità creativa e innovativa.
C’è la sensazione che si stiano minando dall’interno le fondamenta di una Società prima ancora del tanto temuto scontro di Civiltà. Per allora, avremo ancora qualcosa da dire o un modello serio da “difendere”? Si perdono le certezze, e questo in molti casi è sano, se no, non si cresce, ma si stanno perdendo le possibilità. Forse è questo il senso profondo di recessione.
C’è la fuga dei cervelli ma prima ancora si sta demolendo la Scuola, l’Università e sorella cenerentola la Formazione Professionale.
Parlo da un punto ancora più periferico dell’impero quando parlo da dentro la Formazione professionale, sorella misconosciuta e spesso illegittima del mondo Scuola.
Si sta smantellando il Sistema della formazione professionale lombarda, disperdendo in questo modo un patrimonio prezioso, che altrove in Europa è stato invece valorizzato quale fondamento di un vivere il Lavoro con strumenti solidi. Si toglie la possibilità di uno sviluppo economico minando le basi di conoscenza, di creatività e di sviluppo che hanno permesso a partire dai laboratori artigiani, dalla piccola e media industria la crescita del super sbandierato Made in Italy.
Si sta smontando un sistema che dagli anni ’50 ha garantito professionalità diffusa ma anche basi e competenze anche al “semplice” operaio, tornitore o panettiere che fosse.
Pochi i fatti, a volte denunciati a volte discussi solo nei ristretti circoli degli addetti ai lavori.
Tanti, troppi soldi dall’Unione europea spesi senza riguardo ai risultati, all’impatto sociale, alle politiche di sviluppo.
E’ noto il rapporto di Rifondazione comunista, di parte sicuramente, ma impietoso nel fotografare la deriva di un sistema “storico” portato alla disintegrazione per eccesso di soldi, di offerta e di attori (studenti, agenzie formative, professionisti ed aziende). Tutti in una commedia o una tragedia recitata “a soggetto”, senza una regia, con troppe comparse felici solo di esserci ed apparire.
Gli atti ci sono tutti, precisi, pubblici, consultabili facilmente per chi voglia vedere informarsi o anche solo guardarci dentro.
Ho incontrato persone integerrime, con un profondo senso di responsabilità con il “senso dello Stato”.
Poche, o forse solo troppo “periferiche”.
Il risultato.
Un sistema sbranato da avventurieri della formazione che hanno inteso il fare formazione ne più ne meno che un qualsiasi mercato da aggredire, spolpare ed abbandonare. Finiti i soldi anzitempo. Rimangono i bisogni delle persone e gli Enti che hanno sempre cercato risposte serie. Orientati dall’etica dei movimenti che li hanno visti nascere e crescere dal dopoguerra ad oggi.
Un sistema che vede oggi gli Enti storici e, mi si passi il giudizio più seri, in affanno svendere professionalità competenze e capacità, abdicando pur di sopravvivere ai valori stessi di attenzione alle Persone ed al Mercato. Dichiarare lo stato di crisi, preannunciare licenziamenti. Si potrebbe pensare ad una cattiva gestione aziendale e questo sarebbe comprensibile se si trattasse di un solo Ente ma ci troviamo di fronte ad un intero sistema al collasso.
Quali numeri e quante persone verrebbe da chiedere in maniera cinica. Poche, pochissime se confrontate con i grandi numeri della Grande Industria, 200 forse e per ora, 2000 se si considerano tutti i collaboratori che hanno investito nella formazione professionale.
Mi viene da dire: “poco importa dei numeri, delle persone, delle singole minute storie”… molta più attenzione porterei alla perdita che il tessuto economico e sociale ne avrà con la mancanza di tecnici, artigiani, professionisti e imprenditori che si sono formati in questi anni grazie alla formazione professionale.
Una grande occasione persa, afferrata al volo da altre nazioni: Irlanda, Spagna, Grecia tra tutte. Una grande occasione che potrebbe diventare l’ultima se smontiamo definitivamente gli strumenti che permetterebbero di sfruttarla in futuro, di investire nella formazione e scommetter nelle capacità dei giovani adolescenti, dei disoccupati ma anche di chi deve ricollocarsi reinventarsi un lavoro a 30, 40, 50 anni. Tutte storie minute, minime nel grande scenario economico globale, storie quotidiane che compongono la profonda provincia che incontro vedo e sento tutti i giorni.



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