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Amministrative, un referendum su Berlusconi

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11 Aprile 2005

Questi risultati delle elezioni regionali sono tonificanti.
Provo ad esporre in forma schematica alcune considerazioni sui fattori che hanno determinato tali risultati e sulle prospettive che essi dischiudono.
Di fatto, queste elezioni si sono tradotte in un referendum sul governo Berlusconi-Bossi-Fini-Follini, nei confronti del quale la stragrande maggioranza del popolo italiano ha manifestato una ferma ripulsa non solo politica, ma anche morale. L’incantesimo evocato con i potenti mezzi del capitale finanziario e della comunicazione di massa da un venditore astuto e spregiudicato (e dai suoi accoliti), si è rotto, perché la realtà è quella cosa che, anche quando smetti di crederci, ha il difetto di rifiutarsi di scomparire.
Innanzitutto, la dura realtà della crisi economico-sociale di questo paese, che sempre più morde nella viva carne delle condizioni di vita delle famiglie, dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani.
Il sommovimento in corso fra le grandi masse popolari ha senz’altro premiato le forze centriste, quindi Prodi, Fassino e, nel Sud, Mastella. Ma ha anche condotto al rafforzamento della sinistra (PdCI e Verdi) e ha portato alla ribalta quell’autentico laboratorio politico delle forze di progresso, che è la Puglia.
Nonostante il successo localistico di Bossi, la Casa delle libertà ha subìto in queste elezioni una pesante sconfitta, che potrebbe frantumare la coalizione e impedirle di arrivare alla scadenza naturale del 2006.
Da segnalare vi è poi il calo di più di 400.000 voti, con cui il gruppo dirigente del PRC paga la sua linea incentrata sul primato della governabilità, nel mentre il corpo del partito afferma con forza il primato delle lotte sociali e la continuità con la elaborazione politica e culturale del movimento comunista.
È emersa inoltre – e queste elezioni hanno offerto di ciò un’ulteriore conferma – una contraddizione sempre più evidente fra gli interessi e la linea del capitale finanziario, di cui l’attuale governo è organica espressione, e gli interessi e la linea del capitale industriale, i cui rappresentanti più avvertiti sono sempre più preoccupati dalla vastità e dalla profondità della crisi dell’apparato produttivo e dall’assenza di interventi governativi rivolti a contrastare il declino economico del nostro paese. Su questa contraddizione dovrebbe incidere, con progetti di ampio respiro, con un programma organico e con poderosi movimenti di massa, un nuovo blocco di forze sociali, politiche e culturali progressive, capace di indicare un’alternativa alla guerra imperialista e alle politiche neoliberiste.
In conclusione, è senz’altro giusto godersi la sconfitta della destra, ma è ancor più giusto adoperarsi per trasformarla in una vittoria della sinistra.

Eros Barone

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