Aporie comuniste del XXI secolo
22 Gennaio 2007
Caro direttore,
desidero ringraziare Enea Bontempi per la celerità nell’esprimere in forma sintetica un’analisi approfondita e al contempo agguerrita della totalità capitalistica e del ruolo che possono svolgere i comunisti per contrastare la duplice tendenza alla guerra e alla svalorizzazione della forza lavoro (vedi l’intervento “E’ possibile ricostruire una posizione di classe, proletaria e comunista? del 18 c.m.)
Senza dubbio Bontempi fa bene a rilevare come il PRC svolga un ruolo liquidazionista rispetto alla tradizione comunista, poichè da un lato è permeato dalla logica di un movimentismo alla Bernstein del tipo “il movimento è tutto, il fine è nulla” e dall’altro è piegato ad un grigio e piatto parlamentarismo.
Paradossalmente, l’inadeguato neo-togliattismo del PdCI mantiene un suo relativo ancoraggio rispetto alla contraddizione capitale-lavoro, che per il PRC è stato invece cancellata dall’adesione alle rovinose tesi di Antonio Negri sull’impero e la moltitudine, nonchè a quelle specularmente peregrine di Marco Revelli a proposito della centralità del volontario in contrapposizione al militante (con tanto di ritorno a Proudhon).
Poichè Bontempi chiede di sviluppare il dibattito, mi interessa sollevare due questioni che penso meritino un certa attenzione.
Innanzi tutto, ritengo che vi sia una terza tendenza che i comunisti debbano contrastare, cioè quella della distruzione o dell’annichilimento dell’ecosistema terrestre.
Infatti, la valorizzazione del capitale produttivo e finanziario ( giacchè oggi siamo in una fase di sovraccumulazione del capitale) produce nel suo movimento irrefrenabile contemporaneamente sia la svalorizzazione della forza lavoro che quella della natura umana e non umana.
L’effetto serra e la bomba climatica non sono tanto il prodotto di una astratta umanità impazzita, bensì l’effetto più eclatante della distruttività intrinseca al modo di produzione capitalistico, che grafici e tabelle descrivono nella loro crescita esponenziale già a partire dal secolo XVII°
Dunque, o si ribalta il rapporto tra lavoro salariato e capitale, tra servo e padrone per usare la terminologia di Hegel, oppure il nichilismo capitalistico può effettivamente prevalere su qualsiasi filosofia della storia(compresa quella comunista)
In secondo luogo, se è vero che vi è uno sviluppo quantitativo della classe operaia nel mondo, non è detto che ciò si traduca meccanicamente sul piano qualitativo nel famoso passaggio ” dalla classe in sè alla classe per sè”.
Già G. Lukacs, il più grande filosofo marxista del novecento, nella prefazione del 1967 a “Storia e coscienza di classe” si è misurato autocriticamente con questo nodo teorico e laddove discute di “coscienza di classe attribuita di diritto” rileva i limiti di soggettivismo e di idealismo del suo capolavoro teorico giovanile.
Tant’è che il suo lascito teoretico più possente rimane “L’ontologia dell’essere sociale”.
Vi è quindi un problema inerente alla formazione della coscienza della classe (o dell’autocoscienza della stessa”), che necessita di essere indagato senza naturalmente “gettare il bambino con l’acqua sporca”, come è tipico del revisionismo teorico.
Compito dei comunisti è, pertanto, anche quello di riflettere a viso aperto attorno alle aporie che possono ostacolare il dispiegarsi di una strategia comunista adeguata al XXI° secolo, nella consapevolezza che senza la rivalutazione del contributo leninista, difficilmente si potranno orientare le masse nella giusta direzione.
Cordiali saluti



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