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Bancocrazia, capitale finanziario e crollo del capitalismo

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4 Giugno 2005

Egregio direttore,

dopo l’allarme lanciato da Mirabelli e De Biase (in questa e in altre sedi) sul cappio della bancocrazia, che strangola progressivamente la produzione, il lavoro e i consumi di grandi masse di popolo (suscitando la giusta ribellione delle medesime contro le istituzioni sovrannazionali che, come l’Unione Europea, appaiono, a livello politico e governamentale, come la ‘longa manus’ del capitale finanziario), conviene ritornare sul tema e approfondirlo alla luce della critica dell’economia politica.
In effetti, non sono mancati in questi ultimi anni fenomeni che, per ampiezza, profondità e durata, hanno confermato che la crisi mondiale del capitalismo, che ebbe inizio negli anni ’70 del secolo scorso dopo il lungo ‘boom’ del secondo dopoguerra, non solo è ben lungi dall’essersi conclusa (si pensi ai saliscendi mozzafiato delle borse mondiali nel 1998 e ai sussulti che le hanno seguite), ma è destinata ad aggravarsi ulteriormente, come ìndicano l’ascesa dei giganti asiatici (Cina e India) e la conseguente ristrutturazione, non lineare né indolore, che essa necessariamente determina nella spartizione planetaria dei mercati e delle sfere d’influenza.
Mentre le schiere di esperti al servizio del grande capitale finanziario somigliano ad altrettanti idraulici che non riescono più a tamponare le sempre più numerose falle che si aprono nei tubi degl’impianti che sono stati chiamati a riparare, appare con sempre maggiore chiarezza che solo la teoria marxista è in grado, collegando categorie concettuali ed evidenza empirica, di spiegare le crisi capitalistiche.
Sempre nel 1998, mentre la crisi delle borse asiatiche attendeva ancora di essere archiviata, giunsero, puntuali come la morte, il crollo di Wall Street del 31 agosto, lo scivolone, che coinvolse, oltre a quelle asiatiche, le borse dell’America Latina, e la svalutazione del rublo. La ricerca del colpevole di tanti guai si appuntò allora sulle banche giapponesi (e sulla Himalaja di crediti non riscossi, che fa del Giappone il maggior creditore mondiale), sulla bancarotta della Russia e sulla debolezza delle economie latino-americane. In realtà, si guardava agli alberi senza vedere la foresta, senza capire, in altri termini, che quelli erano aspetti particolari della crisi generale che stava facendo implodere il capitalismo mondiale.
Come dimostrano i fatti recenti – dalla concorrenza dei giganti asiatici sul mercato mondiale all’alto costo del denaro, dall’andamento del tasso d’interesse alla crescente estensione del lavoro improduttivo -, la causa strutturale (non congiunturale) della crisi va ricercata nelle contraddizioni che nascono dai processi di produzione e di accumulazione e si manifestano, come bolle di sapone che si formano e poi scoppiano, nell’abnorme dilatazione della sfera del credito e del capitale fittizio, autentico tumore generato da un sistema capitalistico che non trova più sbocchi per valorizzarsi, ossia creare plusvalore e saggi di profitto adeguati. La conseguenza è dunque la svalorizzazione del capitale e la sua trasformazione in capitale fittizio, in capitale finanziario, in speculazione che frutta interessi ma non ha più una base reale. La crisi finanziaria (come nel 1873, come nel 1929, come nel 1987, come nel 1998) preannuncia – e per certi aspetti detèrmina -la crisi della struttura produttiva, in seno alla quale va ricercata la vera causa della crisi, che dipende dal meccanismo della sovrapproduzione: è il ‘fuori giri’ del sistema capitalistico, il quale, non essendo in grado di pianificare la produzione ‘ex antea’ in base al valore d’uso, cioè ai bisogni collettivi della società, ma essendo capace solo di continuare indefinitamente a produrre sulla base del valore di scambio, cioè sotto la spinta della ricerca del massimo profitto, può introdurre l’unico possibile aggiustamento ‘ex post’, vale a dire attraverso la crisi stessa.
Nell’epoca dell’imperialismo, iniziata negli anni ’70 del XIX e dispiegàtasi nel corso del XX secolo – epoca segnata dal dominio (non del capitale industriale ma) del capitale finanziario -, la borsa funziona (non più come “un elemento secondario nel sistema capitalistico” ma) come “il rappresentante più notevole della produzione capitalistica”: essa – nota Engels nelle “Considerazioni supplementari” al III libro del “Capitale” (Editori Riuniti, Roma, 1968, p. 48) – “tende progressivamente a concentrare nelle mani degli uomini di borsa la totalità della produzione industriale e di quella agricola, tutto il traffico, mezzi di comunicazione e funzioni di scambio”.
La previsione che il capitalismo va verso il crollo non è pertanto una profezia, ma il risultato di un’analisi scientifica e di una constatazione storica: la crisi del capitalismo genera inesorabilmente la tendenza alla guerra imperialista. Quali che siano i saliscendi delle borse mondiali determinati dalla plètora di capitale in eccesso da smaltire, a sua volta determinata dalla crescente sovrapproduzione di merci, forza-lavoro, capitali e mezzi di produzione, quali che siano le diverse puntate che i vari giocatori fanno sul banco del ‘capitalismo da casinò’, ciò che risulta ineluttabile è la dinamica della svalorizzazione delle forze produttive e la correlativa distruzione di risorse materiali ed umane in cui la crisi consiste: è quindi altamente probabile che il gioco del cerino acceso, che le classi dirigenti del mondo capitalistico stanno praticando sia nell’economia sia nella politica sia nella guerra, non permetterà di salvarsi a nessuno di lorsignori, poiché si sta svolgendo all’interno di una polveriera. Dal canto loro, le grandi masse popolari, se resteranno semplici vittime delle contraddizioni e non si eleveranno al livello di agenti risolutori delle medesime, non potranno che condividerne la tragica sorte.

Eros Barone

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