Calci celti(ci)
21 Maggio 2005
Caro Claudio, perdona il tackle intempestivo. Non voglio aggiudicarmi postumo il seratone politico giovannelliano (meglio post pranzo, dopo il caffé e durante la pennica) però la quaestio pallonara merita approfondimenti che per altro sono alla portata di tutti su http://www.cronologia.it/sport/crono9.htm. e che riassumo di seguito con qualche annotazione personalissima.
Come saprai, il calcio era conosciuto in duplice versione fin dai tempi greci come episciro (l’episkyros, giocato con i piedi) e come pheninda (giocato utilizzando anche le mani).
Nel mondo romano, invece, l’istintiva voglia di prendere a calci un oggetto sferico posto a pochi passi (prova a osservare il movimento irrefrenabile d’un bambino che abbia appena imparato a stare in piedi), prese il nome di harpastum, anche detto in volgare “piede-palla”. Conosciuto in tempi antichi, poi, il calcio si praticava anche in Cina, chiamato tsu ciu (che significa “calcio palla”). Possibile dunque che la tesi di Espn abbia fondamento: anche i Celti giocavano a palla (sempre meglio di quel che fanno oggi certi loro presunti discendenti triturandole o raccontandole) e forse hanno addirittura appreso le regole dell’harpastum dagli invasori romani, cui sarebbe da attribuire anche il brocardo “mater semper celta” (ma questa è un’altra storia).
Fatto sta che le fortune ufficiali – e sottolineo ufficiali – del calcio ripartono sotto il Po: nel periodo rinascimentale il “calcio” fu molto praticato e giocato nelle piazze di Firenze. Con alcune regole, lo si chiamò calcio fiorentino (florentinum harpastum). Abbiamo però molte testimonianze che si giocava anche a Bologna, Padova, Urbino, Mantova e Venezia. In alcune città lo si proibì perchè si era trasformato in un gioco violento sia con i giocatori che con i tifosi. Non a caso, i primi trattati dedicati al calcio sono proprio fiorentini: di Antonio Scaino il “Trattato del gioco della palla” e di Giovanni de Bardi il “Discorso sopra il gioco del calcio fiorentino”. Dai due trattati scopriamo che questo antico gioco della palla era molto diverso dal moderno calcio: le caratteristiche sono piuttosto più vicine al rugby.
Discorso a parte, merita poi il “Pallone col bracciale” che lo stesso Scaino accenna nel suo trattato: con una fisionomia simile all’attuale cominciò ad essere praticato ufficialmente in Inghilterra verso il 1700, soprattutto in alcune scuole dove si accese la disputa per alcune regole: quelle che dovevano decidere se giocare solo con i piedi o utilizzare anche le mani.
Lo scontro portò a due correnti: quella dell’Università di Rugby impose il suo regolamento “mani e piedi” e il contatto anche violento con l’uomo, mentre le altre, più portati all’eleganza che non all’irruenza, per distinguerlo nettamente lo chiamarono “piede-palla”, cioè “foot-ball”. Per l’obiettivo della palla, cioè la “rete,” il primo scelse come nome “meta” nome greco, il secondo “goal” che significa sempre la stessa cosa, meta, tradotto in inglese. Nelle maggiori Università ebbe molta più fortuna il secondo regolamento. E a Cambridge, nel 1846, nacque la prima squadra di vero calcio moderno, il Cambridge Club Football. Quella di Harrow la imitò; sorta nel 1855 il suo regolamento fu di un “rigore” bizzarro: per evitare che qualcuno toccasse la palla con le mani, fu imposto ai giocatori di indossare guanti bianchi (impronte digitali anziché moviola: l’idea dell’irregolarità sportiva legata al furto, dunque, non è affatto figlia della dietrologia nostrana…).
Nel 1857 nacque l’Hallam Club Football, nel 1859 il Forest Club Football, nel 1862 a Nottingham il Nott County Football. All’inizio del 1863 si contavano 11 squadre. Il 26 settembre gli undici rappresentanti si riunirono alla Taverna Massonica del quartiere londinese di Lincoln. Il 26 ottobre 1863 diedero vita alla Football association. Seguirono altre riunioni “tecniche” per stendere un regolamento. Ma qui iniziarono le accese discussioni su vari punti discordanti; finchè il successivo 9 dicembre ci fu una scissione fra chi voleva il rugby e chi il calcio. Noi seguiamo questi ultimi.
In Italia il calcio tornò nel 1893, quando a Genova venne fondata la prima società italiana, dal nome anglofilo Genova cricket & athletic club. Poi a Torino nel 1896 nacque la Federazione italiana football che prenderà poi nel 1909 il nome di Federazione italiana giuoco calcio.
Infine una curiosità che dà spunti di riflessione sulla nemesi storia: servirsi delle insegne del calcio per scopi personali ed elettorali, era già duemila anni fa una furbesca risorsa nel costume greco e poi in quello romano.
Il tifo del calcio, infatti, anche allora era sfruttato dall’ambizione di qualche arricchito, che senza molti riguardi, sponsorizzando una squadra, mercificava per i suoi scopi economici o politici, la manifestazione, i giocatori, i tifosi.
Le iscrizioni venute alla luce a Pompei, offrono delle testimonianze inequivocabili. Esempio: il “palazzinaro” arricchito Aulo Vettio, grande mecenate del calcio, decise di “scendere in campo” anche nella politica e opportunisticamente si mise a cercare i voti con la propaganda elettorale murale presso i tifosi della squadra che sponsorizzava, dichiarando di essere meritevole di voti per il lodevole e munifico piacere e per il godimento che lui “donava” al “popolo” con la “sua” “squadra di palla” molto famosa. Per ottenere questo consenso, utilizzò nella sua propaganda elettorale il nome, le insegne e i colori della squadra per farsi eleggere senatore. Come uomo politico non é rimasto di lui nulla: é passato alla storia solo per aver scalato il Senato utilizzando i piedi e non la testa (Facciata della Casa di Giulia Felice – documento al Museo di Pompei CIL, IV, n. 1147). Ma non risulta che abbia mai ottenuto “celti” appoggi elettorali. Ad maiora.



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