Camorra e capitalismo
3 Novembre 2006
Egregio direttore,
ciò che sta accadendo a Napoli è l’estrema conseguenza del carattere esplosivo che ha assunto il crescente divario fra ritmi estensivi e intensivi, dimensioni globale e continentale e articolazioni nazionali e locali dell’espansione del mercato della droga e, più in generale, dell’economia illegale in un’area territoriale dominata dal capitalismo mafioso-camorristico, dai legami transnazionali di questa componente organica del blocco dominante e dalla sanguinosa concorrenza fra le differenti e proliferanti cosche impegnate a organizzare e gestire ‘just in time’ processi di accumulazione extralegale ad altissimo valore aggiunto.
Nondimeno, per comprendere la genesi della questione napoletana, ossia della sussunzione reale del territorio napoletano da parte dei meccanismi di sfruttamento della forza-lavoro e di accumulazione dei capitali posti in atto dalle imprese mafioso-camorristiche, occorre partire dal predominio del capitale finanziario e dalla ristrutturazione del sistema politico attraverso cui si è storicamente esercitata nel nostro paese l’egemonia del blocco dominante, costruito sull’intreccio fra rendita e profitto, fra accumulazione legale e illegale, fra alti livelli di produttività ed alti livelli di parassitismo (essendo per altro gli uni funzionali agli altri).
Questo intreccio è il tarlo roditore che, da un lato, provoca lo sgretolamento dello Stato nazionale, cui vengono sottratti il monopolio della forza legittima e la stessa legittimità che gli deriva dalla capacità di garantire il carattere universalistico dei diritti, e, dall’altro, scatena furibondi conflitti fra le diverse frazioni della borghesia italiana fra quella industriale e quella finanziaria, così come fra quella industriale e quella mafiosa – sul terreno dei dividendi dello sviluppo del capitalismo monopolistico di Stato. Dai problemi del controllo dei flussi della spesa pubblica, della struttura del prelievo fiscale regionale e del riciclaggio delle fonti di accumulazione illegale nei circuiti finanziari, produttivi e commerciali ai problemi dell’immigrazione straniera e della gestione dei servizi sociali privatizzati, i contrasti sono divenuti sempre più aspri ed estesi per il sommarsi della crisi dei compromessi attuati nel passato (il cui frutto più amaro è costituito dalla mai risolta questione meridionale) alla difficoltà di realizzare nuovi equilibri che consentano al capitalismo italiano di reggere l’integrazione economica nell’ambito del mercato europeo e mondiale.
La questione napoletana è dunque il prodotto non solo della mancata soluzione della questione meridionale, ma anche della mancata soluzione del problema di uno sviluppo equilibrato dell’economia nazionale in una fase che ha visto quest’ultima assumere nuovi caratteri con l’emergere della “mafia imprenditrice”, vera e propria frazione della borghesia saldamente installata nei centri del comando territoriale, politico ed istituzionale, componente organica del compromesso storico su cui si sono finora basati lo Stato e il sistema di potere creato dalla DC nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo ipertrofico del clientelismo e del parassitismo impiegatizio e con il cedimento delle forze progressiste in termini di analisi teorica e di impegno politico, culturale ed organizzativo, oltre che, in alcuni casi, con la cooptazione di tali forze all’interno del blocco capitalistico-clientelare-mafioso. Circostanza, quest’ultima, che spiega la passività sociale della maggioranza della popolazione napoletana di fronte al salto di qualità compiuto dal processo di sussunzione del territorio alla produzione, alla distribuzione e al consumo delle merci prodotte dalla ‘fabbrica criminale’. La questione napoletana e, più in generale, la questione meridionale sono pertanto lo specchio fedele in cui si riflette l’immagine orrenda proiettata sul nostro futuro dall’essenza disumana, selvaggia e criminale del capitalismo nella fase estrema del liberismo imperialistico.



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