Caro Camon, sul Papa non sia “più realista del Re”
7 Dicembre 2006
Caro direttore,
Sono rimasto molto sorpreso dall’editoriale di Ferdinando Camon, domenica 3 dicembre, sulla prima pagina della Prealpina. Anche perché, non più di qualche settimana addietro, su l’Arena di Verona, lo scrittore usava ben altri toni nell’accogliere il Santo Padre nella sua terra, la più cattolica d’Italia diceva, in occasione del IV Convegno Nazionale della Chiesa Italiana.
E’ bastato che il Pontefice salisse la scaletta di un aereo dalle insegne un tempo definite “infedeli”, perchè l’atmosfera dalle parti di Padova si incupisse e i commenti dell’autore mutassero d’accento. Eppure larga è stata la soddisfazione e forte l’apprezzamento per gli esiti e i risultati di un viaggio pastorale, per molti versi carico di timori e di tensioni, ma nel contempo ricco di reali aspettative.
Ha sorpreso l’arroganza nel pretendere di suggerire “Ciò che il capo dei cristiani dovrebbe dire alle autorità islamiche”. Così come la disinvoltura usata nell’ammonimento “al capo dei cristiani che prega il dio dei musulmani”. Mi chiedo cosa spinga Camon ad essere “Più realista del Re” o quale abbaglio possa fargli pensare che: “Il papa abbia bisogno di giustificarsi”. O ancora, quale demone debba essergli apparso in sonno per intimorirlo, sul presunto “tentativo del Cristianesimo di rendersi compatibile con le altre religioni monoteiste”.
Benedetto XVI, senza ritrattare una virgola del discorso di Ratisbona, ha affrontato questo viaggio pastorale con la forza che lo caratterizza sin dal suo arrivo al soglio pontificio: quella “dell’umile servitore nella vigna del Signore”. Nella Terra delle grandi parole di fede, con quelle di San Paolo, ha ricordato che: “Manifestare lo Spirito, vivere secondo lo Spirito, non significa vivere soltanto per sé, ma vuol dire imparare a conformarsi costantemente allo stesso Gesù Cristo, divenendo alla sua sequela servitore dei propri fratelli”.
Ed ha aggiunto: “La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo. Di assistere le comunità nell’umile cammino di accompagnamento di ogni giorno con quelli che non condividono la nostra fede, ma che dichiarano di avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e misericordioso (Lumen gentiun, n. 16) .
“E’ arrivato come Papa. Riparte come Papà”, nei titoli dei giornali turchi c’è l’eloquente sintesi di questo viaggio apostolico, che ha testimoniato come le radici cristiane dell’Europa affondino anche in una Terra di antiche tradizioni come la Turchia. Un viaggio in un Paese ricco anche di contraddizioni, dove molte donne credono in Allah, ma pregano Sant’Antonio da Padova. Un viaggio che ha segnato emotivamente il Santo Padre che, ridisceso da quella scaletta e rientrato in Vaticano, ha voluto “ringraziare il Signore” e tutti i fedeli per un’esperienza in cui si è sentito “accompagnato e sostenuto dalla preghiera dell’intera comunità cristiana”.
Checché ne dica Ferdinando Camon, la cattedra di Benedetto XVI ha una prospettiva ben diversa da quella del prof. Joseph Ratzinger.



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