Chiare e fresche acque
9 Novembre 2006
Mettendomi nei panni di un cittadino che legge le vicende relative all’Ambito Territoriale Ottimale acque (ATO) della provincia di Varese, credo che recepirei qualche concetto astruso. Ad esempio: i comuni non vanno d’accordo sul gestire tutti insieme l’acqua, come invece la legge imporrebbe loro; di conseguenza, saltano finanziamenti e investimenti su una rete idrica che in molte parti è un colabrodo; il tutto avviene nella provincia dei 7 laghi dove di acqua ce n’é a non finire. Se l’analisi del Signor Rossi si spingesse alla lettura tra le righe, egli potrebbe anche recepire che sull’acqua che sgorga dal rubinetto molti hanno messo gli occhi e che questi non brillano per innocenza, ma sono animati dalla ricerca di soldi e potere. Questo potrebbe essere il quadro, alla luce delle informazioni che scaturiscono dai giocatori di questa complessa partita e che appaiono sugli organi di informazione.
Forse una tale sintesi è veritiera, ma in quanto tale non lascia intravedere le cause di un simile empasse e soprattutto le vie di uscita da un così tortuoso labirinto.
Vorrei proporre una piccola analisi, con la speranza di sgrezzare la materia e poterle dare una forma più organica; la prospettiva è quella del Sindaco di un piccolo comune, Buguggiate (quindi portatore degli interessi comunali propri), componente del comitato ristretto ATO acque (quindi rappresentante eletto tra i comuni sotto i 5000 abitanti) e responsabile enti locali della Lega Nord (ossia portatore di indirizzi politici).
Iniziamo dalle cose che credo nessun Sindaco metta in discussione. L’acqua non è una proprietà del Comune: è necessaria un’interconnessione delle reti, affinché aree prive di risorse idriche non abbiano problemi di approvvigionamento. E’ altresì utile, se ci sono margini per farlo, sviluppare economie a vantaggio dei cittadini.
Il Piano d’ambito, che l’assemblea formata da tutti i comuni dovrà approvare, è lo strumento che darà la necessaria organicità alla materia, ossia dirà in che area è opportuno trivellare per fare un pozzo, dove prolungare una condotta, ripristinare o abbandonare una tratta, ecc. Il piano d’ambito necessita di un lavoraccio immenso di raccolta dati e di conoscenza del terreno di gioco. E’ brutto a dirsi, ma nessuno ha questa visione d’insieme, in quanto l’acqua fino ad ora è stata gestita in maniera parcellizzata, per aree, da aziende municipalizzate, consorzi, direttamente dai comuni, ognuno nei propri ristretti confini.
Fino a qui ci si è trovati tutti concordi e il lavoro di elaborazione del piano d’ambito è già iniziato.
Qualche comune, definito “dissenziente”, spinge per discutere anticipatamente del “dopo”, ossia per definire chi gestirà gli investimenti ordinari e straordinari, la manutenzione corrente, gli interventi di emergenza, la bollettazione ai cittadini; in paroloni, gli aspetti della governance dell’intera faccenda.
Questa istanza di chiarezza è stata abbondantemente esplicitata anche nell’ambito del comitato ristretto, che è una specie di regia dell’ATO. In parole povere, si vorrebbe sapere di che morte si dovrà morire e se si dovrà morire: che ruolo, quale peso avrà il comune, una volta varata una mega strutturazione provinciale? Morirà?
L’ultima riunione dell’ATO ha rinviato a larghissima maggioranza il relativo punto all’ordine del giorno, esprimendo un’esigenza di maggior approfondimento. Larghissima maggioranza significa che la questione non è circoscritta al tradatese secessionista, ma ampiamente condivisa da tutti.
Da qui in avanti la faccenda si fa complessa e più articolata, in quanto subentra il tecnicismo delle norme statali e regionali, che in più fasi e con ampie contraddizioni si sono succedute.
L’ultima norma regionale (Legge Regionale 8 agosto 2006 nr. 18) appare in contrasto con i più banali principi. Da una prospettiva comunale, è profondamente inopportuno accettare supinamente la pretesa della regione di normare argomenti che, in base a principi di sussidiarietà (non faccia l’ente superiore quello che è in grado fare l’ente sottostante…) e di competenza, visto che all’articolo 113 del Testo Unico degli Enti Locali si legge che “le disposizioni inerenti alla gestione delle reti ed erogazione dei servizi pubblici a rilevanza economica che disciplinano le modalità di gestione ed affidamento dei servizi, concernono la tutela della concorrenza e sono inderogabili ed integrative delle discipline di settore”, quindi la Regione non può arrogarsi compiti regolamentari che non le sono propri.
Se non si affronta la questione su questi presupposti, è chiaro che la partita è bella e finita. Non si può giocare sulla scacchiera con delle regole che ti costringono ad un percorso obbligato, affinché altri ti mettano a scacco matto.
Se così non fosse, c’è da chiedersi a cosa diavolo servano le amministrazioni comunali. Tutto è “atto dovuto”, allora la Regione o lo Stato mandino dei bei commissari, esproprino il comune delle fognature e dell’acquedotto e lo diano a chi vogliono, assumendosene la responsabilità dall’inizio alla fine.
Forse, è cosa buona e giusta fermarsi, riflettere ed evitare situazioni di conflittualità.
Finora è emersa una sola possibilità: affidare il tutto (reti, acquedotti, impianti di depurazione, …) ad un’unica società patrimoniale provinciale, di cui i comuni sarebbero azionisti. Tale società si occuperebbe di effettuare gli investimenti e la manutenzione, sulla base di quanto il piano d’ambito stabilirà. Sorvolo volutamente sulla questione dell’erogazione del servizio, in quanto essa ha un peso decisamente inferiore e sottrarrebbe chiarezza a questa già contorta esposizione.
Si sono già ingaggiate le prime liti: chi controllerà il carrozzone provinciale? L’asse sarà tra le 4 città, in barba al resto dei 137 comuni?
Un déjà-vu di questa situazione risale a circa tre anni fa, nei patti parasociali di quello che doveva essere il nostro futuro: RETEACQUE SPA. Lì si trovava esplicitamente scritto che il peso decisionale era solo ed esclusivamente attribuito a 4 grossi comuni. Peccato che già quella ipotesi naufragò tragicamente, in quanto nessuna delle quattro città conferì mai i propri beni e gli esclusi si misero, evidentemente, di traverso.
Adesso si propone più o meno lo stesso percorso, magari in termini un tantino più democratici, ma la solfa non cambia. La proposta della società patrimoniale è partita e con essa è iniziata la discussione destinata a sfociare nell’ennesimo conflitto.
Non aiuta a calmare le acque l’ultima proposta definibile come “indecente”: il peso di ogni ente nella società patrimoniale sia determinato in base al numero di abitanti invece che al patrimonio. Così chi è pieno di mutui (debiti futuri), chi ha reti vetuste in quanto ha preferito altre opere ben più visibili politicamente rispetto alle fogne, si troverà al pari di chi per raggiungere una frazione di pochi abitanti, su per i bricchi, ha realizzato chilometri di tubature, al pari di chi ha estinto tutti i mutui con i sacrifici dei propri cittadini, di chi ha preferito le fogne alle piazze e alle fontane.
Questi comuni, che hanno così ben amministrato, si troveranno rappresentati per abitanti e non per il valore patrimoniale che sono in grado di esprimere. Si premieranno i furbi, i comuni virtuosi per l’ennesima volta passeranno per fessacchiotti, secondo uno schema italico ben consolidato (cfr.: i rifiuti di Napoli).
Potrei continuare con altre argomentazioni di ogni genere e tipo, ma cercando di attenermi alla questione di fondo, sottolineo che una tale aggregazione è IMPOSTA, non condivisa e molto, dico MOLTO, pericolosa in quanto non è così garantito che produca efficienza, risparmio ed in soldoni benefici per i cittadini.
Da parte dell’assessorato regionale alle Reti e Servizi di pubblica utilità si nota una intensa bramosia di regolare l’esistenza altrui, non limitandosi a stabilire il fine ma anche i mezzi con cui raggiungerlo. Della serie: siamo tutti deficienti.
Considerato che è in cantiere l’ennesima leggina regionale sull’argomento, da inserirsi nella finanziaria (regionale), perché non avere il coraggio di indicare per legge regionale il nome e cognome del presidente della patrimoniale unica, svelando così il segreto di Pulcinella di tutta questa inutile e inopportuna insistenza legislativa?
La patrimoniale unica può definirsi un matrimonio imposto per procura regionale, in cui è obbligatoria la comunione dei beni, da qui all’eternità.
Personalmente, a queste condizioni, preferisco restare single.
La giustificazione sostanziale in difesa di una patrimoniale unica provinciale è che in ballo ci sono le economie di scala, le economie di gestione e quelle finanziarie che si realizzerebbero. Concetti tanto solidi che cadono come foglie d’autunno.
Spiace costatare come ciò rappresenti l’ennesimo esempio di approccio sempliciotto ai problemi. Spiace altresì trovare numerosi e soprattutto autorevoli sostenitori di queste tesi, il cui back ground culturale spesso non evidenzia la benché minima esperienza di impresa privata. Se costoro non si fossero ubriacati di troppa teoria, si sarebbero accorti che, al pari delle economie di scala, occorre tenere in considerazione le condizioni in cui le stesse vengono ricercate, occorre pesare anche l’importanza di altri fattori, quali flessibilità, velocità di reazione, meritocrazia, concorrenza, ecletticità ed efficienza.
E’ paradossale come, in un territorio come quello padano che è uno dei più ricchi al mondo, caratterizzato da piccole e medie imprese, si cerchi di spiegare che l’efficienza si raggiunge con i carrozzoni, superabili in velocità da qualsiasi bicicletta.
Il fatto è che chi si oppone a tale logica viene subito bollato come campanilista e contadinotto.
Ritengo che in ballo ci siano, non le economie di scala, ma gli appetiti umani.
Perché, invece che un unico carrozzone provinciale da Luino a Saronno, non si adotta un modello caratterizzato dalla compresenza di più società patrimoniali, definite per aree omogenee che possono coincidere con comunità montane, municipalizzate o consorzi, ovvero nascere ex novo, create ad hoc.
Perché non definire una dimensione minima, con parametri di superficie o di numero di abitanti e lasciare poi alle aggregazioni naturali da parte degli enti locali?
Cosa c’è di più funzionale di una serie di società tra simili, rispettose delle peculiarità locali e delle specifiche esigenze territoriali, che competono tra loro nel trovare i migliori elementi di efficienza e di soddisfazione dell’utente?
Quale e quanto imbarazzo procurerebbe un’analisi comparata dei costi tra una patrimoniale ed un’altra!
Come sarà possibile mettere un idiota, magari scaturito da un accordo elettorale, a capo di una società patrimoniale XY? Risposta: non si potrà; garante il fiato sul collo del gruppo dei sindaci – eterogeneo per colore e magari omogeneo per dimensione territoriale – che a loro volta avranno i forconi dei cittadini puntati direttamente sui relativi fondoschiena.
Questo è garanzia di efficienza: il controllo. Più ci si allontana dall’utente finale, più la terra è di nessuno, senza responsabili.
Se poi c’è bisogno di organicità, di sviluppare risparmi relativi a attività specifiche del fare impresa, beh allora si centralizzino solo quelle funzioni residue, con lo strumento di una holding caratterizzata dal baricentro basso. Le attività inerenti alla gestione integrata dell’acqua sono molteplici: servizi di captazione, adduzione e distribuzione, di fognatura e depurazione delle acque reflue, oltre che gli annessi e connessi (manutenzione, implementazione, tariffazione ecc.) Siamo sicuri che per TUTTE queste attività sono caratterizzate dallo sviluppo di economie di scala conseguibili attraverso una gestione centralizzata provinciale? Forse alcune, ma sicuramente non tutte. Quindi perché proporre soluzioni operative così grossolane?
L’osservazione critica che si fa di un modello decentrato sono i costi di gestione; ad esempio, i numerosi consigli di amministrazione delle patrimoniali. Ma questi possono ben essere contrattualizzati. Nulla vieta di costituire società con emolumenti irrisori ai C.d.A., come si è fatto per il consorzio ATO, per il quale, su proposta dei piccoli comuni, si è inserito nello statuto che i componenti del C.d.A. ricevono un nagutin d’or. E come ha sostenuto il sottoscritto in assemblea, questo sarebbe un chiaro messaggio politico: “la diligenza della nostra acqua non si assale”.
Fin tanto che non si chiariscono le questioni di fondo sulla governance sopra riportate, come sindaco non faccio nulla; tantomeno approvo uno statuto per il consorzio obbligatorio in cui, come i cavoli a merenda, è stata inserita per l’ennesima volta la prospettiva del carrozzone patrimoniale provinciale.



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