Il covid-19 e lo stato d’esclusione
10 Marzo 2022
La circolazione del Covid-19 ha prodotto delle conseguenze e fatto emergere degli aspetti reconditi della civiltà globalizzata, palesando il volto dell’esclusione dall’esistenza sia in caso di contagio che al di fuori del contesto digitale, e rivelando il fine dell’obbedienza, ovvero la conservazione dei beni materiali che rendono la vita così importante da preservare. Le sfumature che intercorrono tra l’esclusione e l’obbedienza riflettono i cambiamenti avvenuti dall’era premoderna e quella moderna, in cui lo sviluppo della tecnologia e della scienza ha reso il volto dei centri di potere completamente differente, e le connessioni rapide e fluttuanti. Le uniche fonti di certezza all’interno dei contesti emergenziali, in senso generico, e nel caso specifico epidemico del Covid-19, paiono risiedere nel sapere scientifico che, oltre a legittimare i governi, si presenta in grado di offrire una soluzione concreta, dal vaccino al distanziamento sociale.
La pandemia che affligge il mondo dall’inverno del 2020, legata alla circolazione del Covid-19, è stata ed è tutt’ora in grado di palesare le complessità constatate dai governi nel far fronte a tale situazione emergenziale, le quali spaziano attraverso plurimi aspetti, non riguardando solo la sfera medica, ma affrontando ricadute di carattere etico e morale che tali imposizioni hanno prodotto e, si presume, continueranno a produrre sulla vita dei cittadini per un periodo temporale prolungato.
Questa pandemia mondiale ha posto sotto il nostro sguardo delle evidenze impossibili da ignorare: il primo aspetto a risaltare è l’ammissione che la nostra autonomia possa essere limitata nelle scelte individuali quotidiane, piuttosto che incorrere il rischio di perdere i nostri beni materiali che si traducono, in sostanza, nella nostra sicurezza, che altro non è che la nostra vita. Non solo: la decisione di rinunciare alla libertà in contesto emergenziale e pandemico non è vista come una scelta individuale, ma come l’unica scelta possibile. Chi non si attiene alle disposizioni viene immediatamente marginalizzato ed escluso: costui incarna le vesti del folle.
L’originario sistema di esclusione dovuto alla pandemia si è realizzato nei reparti dedicati agli infetti prima, e nelle strutture ospedaliere apposite costruite poi. Con una sorta di tuffo nel passato risalente a prima del secolo XVIII, l’ospedale torna ad essere luogo di separazione ed esclusione del malato, portatore di un virus che rischia di diffondersi. Le strutture ospedaliere, dunque, non sono più il luogo in cui gli emarginati e i poveri vanno a morire e dove sperano di ottenere quantomeno la salvezza spirituale, ma sono gli edifici da liberare per garantire la salvezza di tutti, tutelare la vita fisica assicurando di riflesso l’accesso ai beni materiali, alla libera circolazione e, in definitiva, per ripristinare l’ordine.
L’emarginazione del malato all’interno delle strutture sanitarie non è stata sufficiente e, oltre alle quarantene obbligatorie e alle cure a distanza, si sono diffuse applicazioni tecnologiche di tracciamento per individuare i contatti con potenziali persone risultate positive al virus.
Segnalare tutto lo sviluppo del contagio, partendo dagli spostamenti e monitorando dove avvenivano maggiormente i contatti si è rivelata la nuova frontiera del controllo in cui, attraverso una sorveglianza costante, l’individualità diventa l’elemento fondamentale per l’esercizio del potere che non sarebbe legittimato a governare e ad imporci misure così invasive senza approvazione da parte degli esperti.
L’individuo escluso ed isolato, sottoposto ad un controllo permanente, diviene un punto di osservazione che serve ad annotare possibili fonti e soluzioni di salvezza, ossia come oggetto del sapere e di legittimazione del potere.
Inoltre, sia attualmente in parte, ma ancor di più durante le ripetute fasi di lockdown, lo stato di emergenza ha imposto il confinamento dei rapporti sociali, realizzabili in modo esclusivo attraverso l’uso dei mezzi tecnologici: se la presenza fisica è bandita, se si vogliono coltivare ancora relazioni umane, esse avverranno attraverso il filtro di uno schermo. Questa nuova modalità di relazione sociale è la connessione e, se non sei connesso, sei inesistente, sei l’escluso.
Le forme di relazione fra individui sono così limitate ad un singolo campo, in cui l’incapacità di accedervi presuppone meramente uno stato di non-esistenza; dall’altra parte chi prova a ribellarsi alle costrizioni viene identificato nel “folle”, e la rivendicazione dell’esercizio della libertà appare come un gesto superfluo capace di trasformare l’individuo nel capro espiatorio dei peccati che tormentano la società. Chi non rispetta le restrizioni ha una colpa, ma con lo stesso segno viene marchiato anche chi è stato contagiato: il verdetto è il medesimo, colpevole. La corsa all’esclusione risponde in questo modo ad una duplice esigenza: percepire in modo concreto il nemico e aderire all’ordine costituito sentendosi parte integrante della simmetria e della riuscita sociale.
Plausibilmente e ciononostante, quando il Covid-19 sarà meno aggressivo e il numero dei contagi inconsistente, tutto ritornerà come prima. Via via, il distanziamento sociale perderà la sua ragion d’essere, e si diffonderanno nuove ed infide forme di controllo e sorveglianza difficili da scorgere. Quel che è sicuro è che, presto o tardi, fronteggeremo nuove emergenze. E allora non sarà vano quello che avremo vissuto se trarremo degli insegnamenti dalla crisi pandemica. Primo fra tutti: non dovremmo essere un semplice agglomerato di cittadini, ma una comunità. Non solo per incrementare il nostro spirito virtuoso, ma per creare solidarietà e consapevolezza. Secondo: la storia non è necessariamente lineare, e non è corretto pensare che il progresso della scienza sia emblema dello stare andando nella direzione giusta, tutto può essere messo in discussione. Terzo, ed ultimo: è estremamente pericoloso, all’interno di una società democratica, escludere le opinioni contrastanti. Le minoranze hanno da sempre avuto una funzione essenziale per il rispetto della dignità della persona e dei valori fondativi della civiltà occidentale, tra cui la libertà.
Licia Barletta



Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.