I diritti negati dalla Corte Suprema
25 Luglio 2022
Alla fine è accaduto: il 24 giugno 2022 la Corte suprema statunitense è riuscita nel tentativo di ribaltare la storica sentenza Roe v. Wade, che dal 1973 garantiva l’accesso all’aborto a livello federale. Attraverso questa decisione è pertanto possibile affermare che la Costituzione non conferisca più tale diritto alle donne, ad eccezione di quei casi in cui sia la vita stessa della madre a repentaglio, e il divieto attende di entrare in vigore negli stati americani repubblicani entro i prossimi 30 giorni.
Con un salto all’indietro di quasi cinquant’anni, l’interruzione volontaria di gravidanza ritorna, in questo
modo, ad essere considerata una questione di pertinenza interna alle singole organizzazioni degli Stati, legata all’attuazione delle norme di ogni legislazione, comportando inevitabili rischi per la salute fisica e mentale. Infatti, se l’accessibilità all’aborto è stata collocata fra i mezzi fondamentali a tutela dei diritti umani, ciò è accaduto anche perché la valutazione dei dati ha reso evidente come la negazione di tale possibilità in determinati Stati conducesse ad affidarsi a pratiche irregolari, svolte in scarse condizioni igienico-sanitarie.
Il disconoscimento di tale diritto non impedirà, di fatto, la possibilità di svolgere interruzioni volontarie di gravidanza in Stati diversi dal proprio, ma le renderà senz'altro più costose e meno sicure. Occorre poi sottolineare l’inutilità di trattare la questione sull’aborto in termini astratti, non essendo in discussione il fatto in sé che è unicamente affidabile alla coscienza morale e religiosa di ognuno, ma quanto sia maggiormente proficuo considerarla in senso sociale e concreto, attraverso la necessità dell’esistenza di una legge che regoli una prassi, che di fatto esiste, ed è quella dell’aborto clandestino.
Quest’ultimo risulta come uno sfruttamento economico della donna in difficoltà e un’imprudenza per la salute, e
l’unico mezzo per contrastarlo risiede in una regolamentazione legale. Il percorso di approvazione della legge è stato molto articolato in ogni Paese e, ancora oggi, persistono diverti Stati che ne respingono la pratica o la autorizzano soltanto ammesso che sussistano circostanze e tempistiche particolari quali, solitamente, la salvaguardia del benessere della madre, le malformazioni del feto e le gravidanze avvenute a seguito di abusi.
Tuttavia, la riflessione avviata a livello mondiale negli ultimi decenni del XX secolo ha contribuito a creare una nuova coscienza civile a riguardo di questo delicato tema e, l’inversione della deliberazione del 1973 negli Stati Uniti d’America, potrebbe comportare una retrocessione e una seria minaccia per i diritti umani, che potrebbe diffondersi oltreoceano in quanto anche l’Europa presenta sintomatiche eccezioni, attraverso Stati che pur garantendo l'accessibilità all’aborto posseggono una ristretta efficacia in ragione di uno stigma che contrassegna le donne che esercitano tale diritto.
In tali contesti il piano di attenzione viene dislocato dal diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna al rilievo collettivo e pubblico della maternità, nonché al diritto alla vita del feto. Eppure, tale dibattito, non può trovare soluzioni bensì, unicamente, opinioni, poiché in ogni caso, la risposta all’interrogativo morale che consiste nel comprendere se l’aborto è lecito o meno spetterà al singolo: sarà sempre una decisione del soggetto se usufruire della legge o se non farlo, nonché se ritenere che la legge stessa sia lecita e se il medico sia tenuto ad osservarla o possa considerarsi lecitamente obiettore di coscienza.
Non sono infatti mancate, fin da subito, le reazioni politiche: i democratici americani hanno definito la decisione della Corte suprema “scandalosa” e Barack Obama ha aggiunto come essa sia un “attacco alle libertà fondamentali di milioni di americani”; i repubblicani, di contro, ribadiscono la vittoria della “vita”, con un
“plaudo a questa storica sentenza che salva vite umane”, così come si è espresso a riguardo il leader dei repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy.
Michelle Bachelet, invece, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha commentato così la decisione presa dai giudici: “La sentenza della Corte Suprema rappresenta una grave battuta d'arresto dopo cinque decenni di tutela della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi negli Stati Uniti grazie alla sentenza Roe v. Wade. È un duro colpo per i diritti umani delle donne e per l'uguaglianza di genere. L'accesso all'aborto sicuro, legale ed efficace è saldamente radicato nella legislazione internazionale sui diritti umani ed è al centro dell'autonomia della donna”.
Senza addentrarsi nel giudizio, poiché ogni scelta etica può essere considerata nella sua realtà oggettiva oppure nel suo momento soggettivo, risulta ineludibile, all’interno di tale contesto, condurre una riflessione globalizzante in cui si congiungano l’antropologia, l’etica, la filosofia e la psicologia alle pratiche sanitarie o alla negazione di esse.
Licia Barletta



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