Educare, istruire, includere, prevenire
25 Maggio 2005
Egregio direttore,
Quali sono le condizioni che occorre creare per ridurre, fra i nostri giovani, l’incidenza delle ‘passioni tristi’ ed accrescere quella delle ‘passioni gioiose’?
Non è possibile avviare un percorso di ricerca in questa direzione senza misurarsi con la domanda politica che sta alle spalle dell’educazione alla convivenza civile, ossia con la domanda radicale: “A che cosa serve la scuola?”.
Intanto, va registrato il fatto che, se una delle risposte possibili che oggi vengono date è quella secondo la quale la scuola serve a preparare per il mercato del lavoro, giacché non si dice che la scuola serve anche ad aiutare i ragazzi e le ragazze a prepararsi per il mercato del lavoro, ma si dice che la scuola serve essenzialmente a questo, appiattendo così la scuola sui desideri del mercato e delle aziende, ebbene allora in una scuola così non c’è ovviamente posto per l’educazione alla convivenza civile. Io mi spingo oltre e giungo ad affermare che in una scuola così non c’è più posto per l’apprendimento, ma, al massimo, per l’addestramento, come sosteneva Lucio Russo ai tempi della riforma Berlinguer nel libro Segmenti e bastoncini. Sicuramente l’apprendimento scolastico è anche ‘utile’ al soggetto in formazione, perché se ne può servire nella vita quotidiana. Ma è, in primo luogo, il frutto del desiderio di imparare e non di un semplice utilitarismo. Il desiderio pone in relazione, crea legami, mentre l’educazione finalizzata alla competizione implica che “ci si salva da soli”. Nella competizione, infatti, si è, per definizione, “contro gli altri”.
Dunque, se le condizioni preliminari, di ordine teorico, che abbiamo indicato in un precedente intervento sono giuste – demistificare l’ottica dell’ideologia individualistica e assumere l’ottica secondo cui “l’uomo è il mondo dell’uomo”, ridimensionare l’ideologia utilitaristica e riscoprire la sfera eminentemente relazionale e sociale del desiderio -, allora quello che occorre costruire all’interno della scuola è un percorso capace di trasformare la convivenza civile in cittadinanza attiva e solidale e gli individui isolati in persone capaci di agire e interagire. Il potenziamento dei legami di coesione sociale e quindi l’inclusione sociale dovrebbero essere gli obiettivi della educazione alla cittadinanza cui la scuola, svolgendo la sua specifica missione di educare istruendo, è chiamata a contribuire insieme con le altre istituzioni e agenzie che operano sul territorio. Forse, come docenti e formatori, dobbiamo porre di più l’accento sull’importanza del legame (legame sociale, legame famigliare, legame scolastico ecc.) e un po’ meno sull’importanza dell’autonomia delle persone.
Ritengo pertanto che, come formatori, dobbiamo lavorare nella direzione del legame sociale, del legame famigliare, del legame scolastico e, in generale, del legame come forma di vita. È questo obiettivo – formare e rifondare legami – che rende necessaria la demistificazione del mito ‘robinsoniano’ secondo cui la nostra società è popolata da individui che si pensano come soggetti che stabiliscono contratti tra di loro e con l’ambiente che li circonda.
Su questo terreno, affinché il legame appaia ai giovani più desiderabile della competizione, dobbiamo impegnarci fino in fondo a educare, istruire, includere e prevenire.
Naturalmente, sarebbe errato confondere questa etica del legame sociale con una variante delle ideologie comunitaristiche, e ciò per almeno due motivi, uno logico- teoretico e uno etico-politico: in primo luogo, perché la comunità a cui pensiamo non è una comunità senza differenze e senza conflitti (Platone, in quel dialogo di valore inestimabile che è il Sofista, ha chiarito una volta per sempre che non esiste identità che non rechi in sé la differenza, giacché l’identità è differente dalla differenza, e non esiste differenza che non rechi in sé l’identità, giacché la differenza è identica a se stessa), e, in secondo luogo, perché il comunitarismo, esprimendo una reazione di ‘chiusura in sé’ e di ‘negazione dell’altro’, non è portatore di creatività politica, ma di violenza, e si presta ad essere strumentalizzato dalle forze dominanti.
Chiarita la differenza irriducibile fra l’etica del legame sociale e le ideologie comunitaristiche, vorrei proporre, concludendo, una riflessione filosofica e richiamare, per il suo significato emblematico, un episodio realmente avvenuto.
Per quanto riguarda la riflessione, non è inutile ricordare che Aristotele, contraddicendo il senso comune, spiega come lo schiavo sia colui che non ha legami, che non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi, mentre l’uomo libero è colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri, verso la città e verso il luogo in cui vive.
Per quanto concerne l’episodio, è davvero difficile dimenticare la risposta con cui un immigrato senegalese candidamente spiazzò la giornalista, che gli chiedeva, durante una manifestazione, di dove fosse: «Sono di Genova, sono un cittadino genovese». Era l’autunno del 1993, la città di Genova aveva da poco vissuto, nel mese di luglio, una campagna contro gli immigrati nel centro storico e poi un’ondata di sgomberi di case abitate da immigrati non sempre in regola con il permesso di soggiorno. Il clima era assai cupo, ma finalmente un’ondata di indignazione aveva attraversato i vicoli e le piazze del centro, aveva spinto migranti e autoctoni a costruire insieme una risposta al razzismo montante. Ne nacquero un’associazione, ‘Città aperta’, e una mobilitazione permanente che in pochi anni ha cambiato il volto della città, ha imposto la legittimità della presenza degli immigrati e costruito le condizioni, nonostante i mille problemi che restano, di una vita migliore.



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