Finanziaria, un’analisi
13 Novembre 2006
Egregio direttore,
la Finanziaria di Prodi e di Padoa Schioppa è sostanzialmente un tentativo, per altro assai contrastato sia all’interno che all’esterno della variegata coalizione governativa di centro-sinistra denominata Unione, di imporre alla spesa pubblica, alla finanza e all’economia italiana i rigidi vincoli di bilancio decisi a Bruxelles dai centri direttivi del capitalismo monopolistico europeo. In questo senso, come ìndica anche la loro provenienza e il ruolo che essi hanno svolto nelle istituzioni comunitarie (l’uno come presidente della commissione, l’altro come membro dell’esecutivo della BCE), Prodi e Padoa-Schioppa agiscono da proconsoli di quei centri direttivi con il compito di mediare, attraverso una politica economica e sociale ispirata ad un liberismo temperato (che può tuttavia rivelarsi, a causa del suo carattere tecnocratico ed elitario, anche più pesante, in termini reali, del liberismo in salsa demagogica e populistica praticato dalla coppia Berlusconi-Tremonti), una linea deflazionistica e malthusiana, centrata su un sistema di garanzie e di incentivi nettamente favorevole ai gruppi della grande industria e della grande finanza dalla manovra sui tassi di interesse alla gestione di un mercato del lavoro sempre più dualistico, dalla divisione internazionale del lavoro ai flussi dell’esportazione, dalla destrutturazione dello Stato sociale allo spostamento dei fondi-pensione in direzione della previdenza complementare .
A parte lo scatenarsi della protesta degli strati sociali intermedi (tassisti, farmacisti, avvocati, piccole e medie imprese), i cui privilegi corporativi (e il cui potere di prezzo) sono stati lievemente intaccati dalla modesta liberalizzazione introdotta dal decreto Bersani (“gente che si lamenta senza soffrire”, per usare un’efficace definizione dei sindacalisti tedeschi), ciò che non si comprende è quali vantaggi ritraggano i lavoratori dipendenti, ancora una volta vittime e non beneficiari di una manovra che è priva di qualsiasi respiro progettuale ed è tutta inscritta in un’arida e feticistica contabilità di tipo ragionieristico, attenta unicamente al rispetto dei saldi globali e delle compatibilità di bilancio nell’attuazione delle misure di secca riduzione della spesa pubblica e sociale, che, insieme con l’ulteriore spostamento dei fondi-pensione verso la speculazione finanziaria, sono i veri assi strategici di questa manovra.
In effetti, le dichiarazioni di Prodi sulla volontà di perseguire contestualmente i tre obiettivi del risanamento, della crescita e dell’equità si infrangono contro la dura realtà dei meccanismi di accumulazione e di sfruttamento del grande capitale, che inibiscono strutturalmente di perseguire tutti e tre gli obiettivi: dunque, o il risanamento e l’equità, ma non la crescita, o la crescita e l’equità, ma non il risanamento, o il risanamento e la crescita, ma non l’equità, Quest’ultima sembra essere la combinazione più probabile, se non prevarranno, stravolgendo l’impianto della manovra, i furibondi appetiti delle diverse e avverse corporazioni del ceto medio famelico (questa autentica peste della società italiana) e se ad essa concederà margini di agibilità la timida e incerta ripresa del ciclo capitalistico mondiale, costretta a misurarsi, nella metropoli imperialistica statunitense, con le conseguenze della sovraccumulazione, con il vaso di Pandora dell’‘imposta di guerra’, con l’approssimarsi dello scoppio della bolla speculativa immobiliare e con il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie.
Dunque, concludendo il ragionamento, i cui passaggi analitici, mi rendo conto, richiederebbero ben altro spazio, ma la cui sostanza è quanto mai chiara, quale conclusione trarre sul ‘che fare’ rispetto all’attuale governo? Occorre, a mio giudizio, passare oltre i corni del dilemma, che sono rappresentati, per un verso, dall’opportunismo di sinistra (abbattere il governo Prodi, spianando la strada alla riconquista del potere governativo da parte di un coacervo di forze, che è l’espressione, al di là delle forme politico-organizzative transeunti, di un blocco reazionario esteso e saldamente radicato nella società) e, per un altro verso, dall’opportunismo di destra (difendere questo governo costi quel che costi, quasi fosse l’ultima Thule di una politica progressista). Questo governo non è un governo dei lavoratori, ma può essere, su alcuni terreni e in alcuni momenti, un governo per i lavoratori (così come può essere, su altri terreni e in altri momenti un governo contro i lavoratori): la tattica corretta non può non essere, in questa ancìpite situazione, se non quella del sostegno articolato con l’opposizione. Una tattica che è stata giustamente applicata con la grande manifestazione nazionale del 4 novembre scorso contro il precariato; una tattica che deriva organicamente da quel ‘programma minimo’, adeguato alla fase attuale e ai rapporti di forza esistenti, che è incentrato sulla parola d’ordine della difesa del ‘valore della forza-lavoro’.



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