I cretini e la Madonna
29 Luglio 2005
Gentile direttore,
è difficile, e probabilmente inutile, anche per chi, come lo scrivente, ha ricevuto la duplice qualifica di “zdanoviano del terzo millennio” e di incarnazione, sotto un saio rosso, del personaggio dell’inquisitore Bernardo Gui, ripreso dal romanzo di Eco “Il nome della rosa” (cui posso aggiungere quella di potenziale organizzatore di un gulag insùbrico, attribuìtami a suo tempo da un altro esponente della cultura varesina ‘di sinistra’); è difficile, dicevo, e probabilmente inutile, discutere con chi sistematicamente si sottrae al confronto politico-culturale sulle questioni fondamentali e pratica l’arte della diversione e dello scarto. L’impressione che si riceve è quella, per dirla con Gramsci (che si riferiva all’opportunismo, di volta in volta filosocialista, filoclericale e filofascista, di Mario Missiroli, direttore, redattore e collaboratore di importanti giornali negli anni venti e trenta del secolo scorso), di avere a che fare con un ‘misirizzi’: un giocattolo con cui si divertivano allora i fanciulli e che aveva la forma di una figurina parzialmente inserita in una semisfera pesante, in modo da rendere sempre possibile, anche dopo le più spericolate inclinazioni, il ritorno in posizione verticale.
Pertanto, siccome sono stato invitato con tono irosamente pedagogico a “studiare un po’ di storia del teatro italiano”, mi sono preoccupato di colmare una così grave lacuna e, dopo avere scorso un buon numero di testi, ho scoperto nell’autobiografia di Carmelo Bene intitolata “Sono apparso alla madonna” (Longanesi, Milano, 1983, pp. 108-109) un passo che mi permetto di sottoporre all’attenzione dei lettori di questa rubrìca del giornale, affinché non solo apprezzino la straordinaria sensibilità di quell’autore-attore geniale per l’antropologia religiosa meridionale e l’ispirazione acutamente feuerbachiana sottesa alla bipartizione da lui proposta, ma si divertano a immaginare le conseguenze che deriverebbero dall’ascrivere Gallina alla categoria dei “cretini che hanno visto la Madonna” e Barone, ‘ça va sans dire’, alla categoria dei “cretini che non hanno visto la Madonna”. Laddove, al fine di prevenire ogni sospetto di blasfemìa, si precisa: 1) che Bene gioca sulla connessione etimologica fra ‘cretini’ e ‘cristiani’; 2) che la legittimità dell’ascrizione alle due categorie nasce dal fatto che, mentre Gallina ripete come un mantra la proposizione tautologica “la rosa è la rosa”, Barone vìola il principio di identità e si arrischia a formulare proposizioni come “la rosa è rossa” o “la rosa è bianca”.
“Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna… Vedere o non vedere la Madonna, è il tema…”
“San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza, e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.”
“I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise…”
“I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali. Negati al volo, eppure volano lo stesso, e, invece di posare, ricadono, come se un tale, avendo i piombi alla caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi…”
“Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa. Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono… Se vuoi stringere sei tu l’amplesso; quando baci, la bocca sei tu…”



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