Io difendo la Finanziaria
1 Novembre 2006
Egregio Direttore,
il dibattito parlamentare sulle scelte programmatiche in materia di politica economica dovrebbe essere uno dei momenti più alti e costruttivi del confronto fra le diverse forze politiche.
Al contrario, la canea scatenata contro la Legge Finanziaria elaborata da Tommaso Padia Schioppa ha purtroppo, spesso, un denominatore comune: la desolante mancanza di proposte alternative.
Lo stesso “tavolo dei volonterosi”, che aveva studiato pochi e semplici emendamenti concretamente realizzabili, sembra essere stato sepolto dal cieco estremismo.
Ancora una volta il populismo qualunquista sembra prevalere sulla ragione e sulla volontà di perseguire il superiore interesse del paese.
E quando, oggi come ieri, la piazza viene convocata evocando regimi e mancanza di libertà, non si fa certo un servizio alla nazione.
La situazione di partenza è sotto gli occhi di tutti: cinque anni di allegra finanza creativa, che sono andati ad aggiungersi al colpevole lassismo dell’ultimo anno del precedente governo, hanno portato l’Italia fuori dall’Europa con un deficit tendenziale che è ormai vicino al 4,8%, ben al di là del limite del 3% ammesso in sede comunitaria.
Il conseguente declassamento dell’Italia decretato dalle maggiori agenzie di rating comport erà , in mancanza di una immediata e rigorosa politica di rientro, un aumento dei tassi di interesse che gravano sul nostro debito pubblico e che tutti noi cittadini paghiamo ogni giorno.
Questa situazione – oggettivamente riscontrabile da chiunque – richiede, purtroppo, delle scelte che incideranno in qualche misura sul nostro tenore di vita.
E’ un dato di partenza che dovremmo tutti dare per scontato ma che viene purtroppo sottaciuto, per miseri interessi di bottega, da una politica che è sempre più ostaggio di pericolosi arruffapopoli.
Mancano i soldi per la giustizia, per la sicurezza, per la sanità, per la scuola pubblica, per la difesa, per il rilancio del nostro apparato produttivo, per la ricerca, per le pensioni delle future generazioni.
In una situazione come questa diventa colpevole la difesa del “particulare” di ciascuno di fronte all’interesse nazionale.
L’Italia delle corporazioni, quella che si è sempre opposta a qualsiasi riforma e che dice sempre e comunque che “le priorità sono altre”, questa Italia vuole scende re in piazza contro la Legge Finanziaria trovando appoggio e sponda in una parte della classe politica che non si cura della coerenza e che cavalca cinicamente tutte le proteste, anche quando sono l’una in contrasto con l’altra.
E’ la difesa del “rentier” accanto a quella dell’imprenditore che rischia, del pensionato insieme all’operaio, del dipendente pubblico di ruolo con il precario a vita.
Le pagine dei giornali sono uno spaccato di questa nostra Italia: si va dalla lettera del padre di sette figli che contesta il governo perchè si sente ostacolato nelle sua personale battaglia demografica fino alle esternazioni delle associazioni sindacali e di categoria, tutte mobilitate per evitare di essere scavalcate e ansiose di mostrarsi in prima fila sul fronte delle proteste.
In ciascuna si denota una triste mancanza di consapevolezza della necessità di uno sforzo comune.
Eppure bisogna pur scegliere fra chi gode di rendite finanziarie e chi investe in attività produttive, fra chi vuole le pensioni facili a 57 anni e chi pensa invece che d obbiamo allinea rci al resto del mondo, fra chi difende l’inamovibilità dal posto di lavoro e chi ritiene che i fannulloni debbano essere licenziati, fra chi pensa che sia necessario estirpare le crescenti sacche di povertà e chi sostiene invece che le priorità siano altre, fra chi vuole difendere la scuola e la sanità pubblica e chi finanzia quella privata, fra chi è convinto che la lotta all’evasione fiscale sia indispensabile e chi sostiene invece che l’evasione sia una forma di tutela del cittadino, alla faccia di tutti gli altri.
Ognuna di queste scelte comporta, di conseguenza, delle decisioni di politica economica che comunque incidono sulla situazione patrimoniale (o addirittura sulla stessa forma di vita) di alcune categorie di cittadini.
E’ inevitabile. Ed è irresponsabile l’atteggiamento di chi si comporta in modo demagogicamente populista cavalcando ogni protesta contro queste decisioni senza proporre delle realistiche alternative.
Io stesso ritengo che alcune delle scelte delineate dal governo Prodi siano ancora carenti: penso, per esempio, alle troppo timide aperture in materia di sostegno a chi vuole intraprendere e alla sudditanza psicologica nei confronti di una vecchia filosofia sindacale che tende a difendere i diritti e i privilegi anche pensionistici di chi ha uno stipendio assicurato, soprattutto nel settore pubblico, rispetto a quelli di chi è senza lavoro o ha una occupazione precaria.
Sono gli inevitabili compromessi derivanti da un governo di coalizione, limitato nella sua azione dalle piccole frange estreme così come lo era quello precedente che – in forma ben più grave – si ritrovava ostaggio di un partito antistorico e antinazionale qual è la Lega.
Ma mi sembra in ogni caso oggi comunque condivisibile una impostazione generale di fondo che è coerente con gli obiettivi di risanamento da raggiungere ma che nel contempo cerca di garantire il livello dei servizi pubblici essenziali.
Così come non mi sembra assolutamente scandaloso il progetto di riequilibrare il carico fiscale a favore delle fasce più deboli con una lieve penalizzazione di quelle più elevate.
La cosa mi tocca anche personalmente, ma penso che qualsiasi padre coscienzioso e in buona fede possa accettare un appesantimento del proprio carico fiscale a fronte di un contemporaneo alleggerimento di quello dei propri figli.
Un cordiale saluto



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