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La crisi del Berlusconismo

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19 Aprile 2005

Caro Direttore,
riprendendo il puntuale intervento di Eros Barone, mi sembra utile evidenziare gli elementi che hanno determinato nelle elezioni regionali l’approfondirsi della crisi del berlusconismo, per comprendere quali spazi reali d’alternativa si profilano all’orizzonte.
Innanzitutto l’opposizione ferma e decisa della CGIL al patto per l’Italia e al tentativo (non ancora definitivamente sconfitto) di ridurre a merce il lavoro dipendente, svilendo il ruolo delle organizzazioni sindacali, ha costituito un argine di proporzioni inedite.
Di fatto, la CGIL ha supplito con la sua opposizione sociale all’assenza di una opposizione politica frastornata dalla dura e meritata sconfitta del 2001, sicché il fallimento del patto per l’Italia ha permesso la ripresa di un percorso unitario con CISL e UIL, importante per il dislocarsi delle alleanze sociali.
Con l’elezione di Montezemolo alla guida di Confindustria si è rotta l’alleanza tra Berlusconi e il capitalismo familiare più retrivo delle piccole e medie imprese impersonificato da D’Amato; alleanza che sostanzialmente mirava a recuperare residui margini di competitività attraverso una precarizzazione dei rapporti di lavoro ed una riduzione di diritti e dei salari del mondo del lavoro.
L’acuirsi del declino produttivo del nostro paese, per via della crisi di quel “piccolo e bello” acriticamente esaltato nella stagione del craxismo e la regressione a paese di sub-fornitura sul piano industriale a causa dell’accentuarsi della dipendenza tecnologica (altro che innovazione, ricerca, ecc.), ha spazzato i sogni iper – liberisti di Tremonti sulla crescita impetuosa del PIL.
Inoltre, l’impoverimento che ha colpito non solo le fasce popolari e del lavoro dipendente ha eroso i margini di consumo e di fiducia in tante aree del nostro paese (soprattutto nel mezzogiorno).
Secondo calcoli realistici dell’Eurispes, la perdita del potere di acquisto delle retribuzioni tra il 2002 – 2003 – 2004 è stata del 23,9% per gli impiegati e del 20,4% per gli operai (si veda G. M. Fara: “I conti che non tornano” La Rinascita dell’8 aprile). Altrettanto misero risulta il bilancio sociale sul fronte dei redditi dei pensionati e delle pensionate.
Infine, il servilismo nei confronti della politica imperialista di Bush e della strategia della guerra preventiva ha minato la credibilità del governo Berlusconi non solo in Europa.
Come sempre sono le contraddizioni materiali che determinano gli spostamenti sociali a livello elettorale, anche se la tenuta del Polo e della Lega nel Lombardo – Veneto va debitamente analizzata, per non vendere la pelle dell’orso prima che sia definitivamente morto.
Socialmente e culturalmente ci sono le condizioni per la cacciata del governo più reazionario e eversivo dalla resistenza ad oggi.
D’altronde, controriforma della costituzione fotocopiata dal piano P2 di Licio Gelli e devolution evocano i rischi possibili di una democrazia autoritaria e di una frattura insanabile del paese; ma sollecitano, come suggerisce Barone, una reazione di massa “con progetti di ampio respiro e un programma organico… capace di indicare un’alternativa alla guerra imperialista e alle politiche neoliberiste”
La segreteria della CGIL con il documento inviato a Prodi “Per un programma del centrosinistra” ha indicato i punti programmatici di una alternativa possibile.
Ora tocca al centro sinistra, dopo l’ubriacatura neo – liberale degli anni ’90, rispondere concretamente alla domanda di riscatto sociale che cresce nel paese, traducendo operativamente le indicazioni programmatiche sui grandi temi della pace, dell’economia, del lavoro e del sistema del welfare.

Gian Marco Martignoni

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