La deriva antisindacale del ministro Bianchi
11 Maggio 2007
Egregio direttore,
il ministro dei Trasporti Bianchi, in quota PdCI, qualche mese fa si rifiutò persino di convocare i sindacati per discutere assieme a loro il futuro della compagnia di bandiera. Proprio per questo motivo, che costituì un precedente tanto grave quanto inedito nella storia delle relazioni sindacali, le organizzazioni dei lavoratori aeroportuali, private della possibilità di intervenire su quella che si stava configurando come una svendita dell’Alitalia a questa o a quella cordata di imprenditori privati che avesse avanzato un’offerta di acquisto corrispondente al bando emanato dal governo, si videro costrette a confermare il blocco del trasporto aereo senza garantire il rispetto delle fasce di garanzia. Il ministro Bianchi sostenne allora la tesi secondo cui, essendo del tutto prematuro un incontro che si svolgesse prima di conoscere i nomi delle cordate interessate all’acquisto della compagnia, in attesa di quella data tutti dovevano stare coperti e allineati. Dal canto loro, i sindacati non cambiarono idea e confermarono lo sciopero.
Perseverando in una linea autoritaria e antioperaia che per la verità accomuna ormai la maggior parte dell’attuale governo (basti pensare al mancato rinnovo contrattuale della scuola a sedici mesi dalla scadenza e, più in generale, al modo arrogante e ricattatorio con cui sono affrontati da questo governo problemi come il negoziato sulle pensioni o come il rinnovo del contratto del pubblico impiego), il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi ha ora deciso, su delega del Presidente del Consiglio, di ridurre e rivedere orari e date degli scioperi che tra il 14 e il 21 maggio interesseranno gli assistenti di volo dell’Alitalia, i ferrovieri del Gruppo Fs e i controllori del
traffico aereo dell’Enav. Naturalmente, una simile decisione è spacciata dal ministro come “necessaria ed urgente per evitare un pregiudizio grave ed irreparabile al diritto di libera circolazione costituzionalmente garantito”.
Se all’inizio ci si poteva illudere che il governo Prodi fosse un governo dominato dalla committenza sociale congiunta della borghesia democratica e delle classi lavoratrici (quindi alternativo e non complementare al precedente governo), ora una valutazione oggettiva delle scelte e dei comportamenti dei singoli ministri e dello stesso governo induce a dubitare perfino, in rapporto alla frazione di borghesia che ne fa parte, della legittimità di quell’aggettivo (‘democratica’), che merita di essere sostituito con tre qualificazioni che sono più aderenti alla realtà: neoliberista, autoritaria e antioperaia. Ecco perché lo squallore senza fine degli esponenti di questa sinistra governativa senz’anima, senza progetto e senza futuro, che non siano quelli a loro prestati dalla classe di cui si sono posti a servizio, richiama alla memoria, per la sua fulminante attualità, un’osservazione fatta da Francesco Guicciardini quasi cinque secoli fa: «li popoli abbandonano coloro che li hanno abbandonati».



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