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La metaformosi regressiva dell’economia italiana

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18 Settembre 2005

Egregio direttore,

al cuore della recessione economica che ha colpito il nostro paese vi è il declino dell’industria, declino che sarà assai difficile compensare trasformando l’Italia, come pure è stato proposto da coloro che cercano di spacciare una metamorfosi regressiva per un progresso, in una sorta di Gardaland europea, ossia in un centro di servizi commerciali, finanziari e turistici e in una roccaforte della ‘gentrification’ (= aree urbane in cui vengono espulsi i ceti poveri e in cui si inseriscono i ceti medio-alti).

In realtà, se si considera il fatto che nessuno dei cittadini del Bel Paese ha in casa computer, televisori, cellulari e orologi concepiti in Italia, se si considera inoltre il fatto che le imprese private, pur non dovendo più misurarsi con la concorrenza dell’impresa pubblica, al rischio d’impresa preferiscono la gestione dei servizi pubblici e l’incasso delle relative tariffe, se si considera infine il fatto che gli imprenditori concepiscono i salari soltanto come costi ed invocano la libera concorrenza tanto quanto la temono, il primo problema che va posto all’ordine del giorno di un progetto politico per l’Italia e di un conseguente programma di rinnovamento economico, sociale e culturale non può non essere, oggi, il problema della rinascita e della riqualificazione dell’industria.

D’altra parte, basta sfogliare un giornale economico per rendersi conto della funzione dominante che la rendita esercita sull’economia italiana. Ciò è reso ancora più evidente dal connubio tra le banche e l’industria, laddove è da osservare che anche gli interessi bancari hanno natura di rendita e, conseguentemente, di tassa sui profitti lordi delle imprese. Il fenomeno fu segnalato dall’«Economist» il 22 gennaio 1853: «Il tasso dell’interesse dipende 1) dal saggio dei profitti, 2) dalle proporzioni in cui il profitto lordo viene diviso tra banche e imprese» e Marx ne aveva preso nota: «Poiché l’interesse è solo una parte del profitto, pagata dal capitalista industriale al capitalista finanziario, il limite massimo dell’interesse è il profitto stesso, nel qual caso la porzione intascata dal capitalista produttivo sarebbe uguale a zero».

Che il rapporto fra la rendita e il profitto stia ormai degenerando sotto il segno regressivo del crescente parassitismo e di un’abnorme estensione della rendita fondiaria e usuraria si può constatare guardando ai processi che hanno investito il nostro territorio. Non sarà difficile, allora, capire come mai, all’improvviso, si sia accumulato così tanto denaro nel settore immobiliare e quale sia la traccia seguendo la quale si sono create le ricchezze dei nuovi padroni della finanza, signori fino a ieri sconosciuti e che oggi sono in grado di acquistare partecipazioni importanti in banche e società quotate in Borsa. Né sarà difficile comprendere come mai i tagli dei trasferimenti ai Comuni abbiano costretto questi ultimi ad usare il solo strumento di cui dispongono, ossia le licenze edilizie e la possibilità di monetizzare le aree verdi, chiedendo a chi costruisce contanti, anziché il rispetto del piano regolatore e dei suoi vincoli. Il risultato è un uso estensivo del territorio e forse anche qualche transazione non proprio trasparente tra immobiliaristi e amministratori pubblici.

Vale la pena di aggiungere che il modo e la misura in cui i capitalisti industriali e i banchieri si spartiscono i profitti lordi, tra profitti netti e rendita finanziaria, è chiaramente un problema politico di rapporti di forza. Infatti, poiché gli interessi bancari sono una quota dei profitti lordi delle imprese, se i profitti industriali crescono la spartizione è relativamente pacifica, altrimenti è conflittuale o prende la forma della collusione. Basti pensare, a questo proposito, che sono sempre più numerosi i casi in cui le industrie contraggono debiti non per fare investimenti, ma per pagare i debiti precedenti. Insomma, la finanza ha ormai assunto una dimensione mostruosa e da gioco a somma zero si sta trasformando in un gioco in cui perdono tutti. La fenomenologia è quella di un capitalismo finanziario, fondiario e usurario contraddistinto da un’avidità sconfinata, da un avventurismo delinquenziale e da un rapporto di carattere vampiresco con le forze produttive della società: il sistema economico è diventato un casinò e le banche sono i ‘croupier’.

Eros Barone

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