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La retorica uccide il desiderio di conoscenza

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26 Febbraio 2005

Egregio direttore
c’è un atteggiamento che davvero fatico ad accettare: quello per cui anziché leggere le parole altrui per comprenderle iniziando una riflessione più approfondita e per dare avvio ad un confronto che possa, almeno potenzialmente, arricchire tutte le posizioni espresse, si limita ad utilizzare quelle per confermare aprioristicamente le proprie. Fatico ad accettarla perché significa rinunciare alla volontà di mettere e mettersi in discussione, un po’ credendo di possedere l’unica verità. Fatico ad accettarla perché partecipando al movimento e alle sue reti ho presto imparato come lo stare con altri e altre senza volontà egemoniche, senza sentirsi sempre migliori ma con il desiderio e la pratica di rispettare ed ascoltare le diversità di opinione permetta di costruire qui ed ora possibilità di lotte comuni che costruiscono l’alternativa alla guerra e al neoliberismo.
Ritrovo questo atteggiamento nella lettera di Eros Barone, che partendo dallo scritto sulle foibe del consigliere di Rifondazione Comunista di Varese, anziché proporre un proprio contributo partecipando al confronto, attacca rifondazione e la sua linea politica considerandola a priori revisionistica. Ma già con Calvino e il suo straordinario romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” si era superata l’idea di una letteratura e un pensiero dell’eroe socialista e del romanticismo rivoluzionario attraverso cui pedagogicamente formare nuovi retorici militanti. Perché la retorica non serve alla memoria, anzi uccide quel desiderio di conoscenza e di critica essenziale per continuare a contrastare le semplificazioni revisionistiche.
La capacità di rilettura, fuori da bisogni rassicuranti, della storia del Novecento (capacità che non appartiene certo solo a Rifondazione ma che è presente ampiamente nella sinistra d’alternativa e nei movimenti altermondisti) la volontà di riflessione sulla vicenda delle foibe, sull’esperienza sovietica, sull’uso della violenza, sulla conquista del potere, sul sempre rimosso femminismo non nasce da tentazioni liquidatorie. Tutt’altro. Nasce dall’esigenza di non limitarsi a proclamare un cambiamento radicale ma dalla volontà di costruire davvero il nuovo mondo necessario. A partire da sé e dal territorio per arrivare al globale. A partire da pratiche partecipative che alimentano il confronto anziché mortificarlo. A partire anche da sbagli che abbiamo fatto per riconoscerli e correggerli perché il fine non giustifica i mezzi ma gli strumenti che utilizziamo influenzano inevitabilmente gli obiettivi che ci proponiamo. Perché il mondo migliore che stiamo costruendo o sarà per tutti e tutte o semplicemente non sarà.

Cinzia Colombo

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