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La schizofrenia ungherese dei Comunisti italiani

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26 Ottobre 2006

C’è una sorta di schizofrenia nel riaccostarsi a cinquant’anni di distanza ai fatti di Ungheria dell’ottobre- novembre 1956. La controprova a Montecitorio dove il presidente della Camera Fausto Bertinotti, ha solennemente celebrato quella pagina di sangue della storia d’Europa. Lo ha fatto senza mezze misure dicendo che i vinti di allora <>. Un giudizio netto finalmente dall’estrema sinistra, senza si e senza ma su una delle tragedie più terribili accadute nel dopoguerra europeo. Ma agli occhi di alcuni esponenti del PDCI Bertinotti ha avuto il torto di non avviare il trito distinguo se quello ungherese sia stato un tentativo di rivoluzione borghese, dunque da guardare con diffidenza o piuttosto un tentativo di uscita da sinistra dal comunismo carcerario dello stalinista Rakosi e quindi come tale da santificare. Questa querelle si ripropose esattamente nello stesso modo nell’agosto del 1968 quando i carri armati sovietici entrarono a Praga. Per questa ragione il capogruppo del PDCI Sgobio ha sprezzantemente detto a Bertinotti che solo la storia darà un giudizio su quegli eventi. Come se cinquant’anni fossero un battitto d’ali e non un tempo ragionevolmente lungo su cui riflettere. Nell’un caso o nell’altro – insurrezione borghese o primo tentativo verso” un socialismo dal volto umano “- la sostanza delle cose non cambia: si trattò di una repressione feroce e criminale che fece tremila morti e ventimila feriti nel cuore del continente diviso in due da Yalta. Numeri che prima di qualsiasi distinguo di “valore” tra presunti morti” borghesi” e presunti morti “rivoluzionari” merita una condanna inequivocabile e senza appello.
Come fece Pietro Nenni che restituì senza esitazioni il premio Stalin, avuto qualche anno prima, al mittente. E il grande leader socialista proprio un borghese non era.

Cesare Chiericati

Cesare Chiericati

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