La ‘sporca guerra’ dell’imperialismo americano e dei suoi alleati
15 Luglio 2005
Egregio direttore,
non è possibile accettare come terreno di confronto quello proposto da Luca Cattaneo con la lettera intitolata “Patetici questi antiamericani”, in cui il suddetto signore, cercando di replicare alla tagliente requisitoria di Gianmarco Martignoni contro l’imperialismo americano e seguendo maldestramente le orme della Fallaci, inneggia all’alleanza angloamericana che avrebbe evitato all’Italia di finire come l’Albania (!), si scandalizza con untuosa ipocrisia filistea per il fatto che la coventrizzazione di Falluja venga correttamente definita come “l’ultimo episodio di un disegno criminale e nazista” (perché di ciò si è trattato e il termine ‘coventrizzazione’ è, in forza della sua origine storica, l’unico termine adatto per qualificare il massacro consumato dalle truppe statunitensi) e si lagna della “logica manichea che colloca inesorabilmente tutto il male da una parte sola”. Se si accettasse infatti un simile terreno di confronto si darebbe spazio, per usare il plastico paragone cui ricorre Cartesio nel “Discorso sul metodo”, a “quegli ingegni molto mediocri”, i quali “sembrano simili a un cieco che, per battersi a parità di condizioni contro uno che vede, lo faccia scendere al fondo di un’oscura cella sotterranea”.
Orbene, per venire al tema che qui interessa, rilevare che il governo degli USA nella sua ossatura fondamentale è costituito da magnati del petrolio e che l’accaparramento delle risorse energetiche del pianeta costituisce una componente organica della strategia militare dell’unica superpotenza mondiale, non vuol dire essere animati da spirito antiamericano, ma semplicemente prendere atto della nuda realtà dei fatti. Un magnate del petrolio è il presidente Bush; una ‘first lady’ del petrolio è l’attuale segretario di Stato, Condoleeza Rice; un petroliere è il vicepresidente, Dick Cheney; un magnate dell’‘oro nero’ è anche il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. A quanto pare, non essendo più i partiti lo strumento per selezionare la classe dirigente degli USA, le multinazionali del petrolio sono diventate i centri privilegiati per la formazione degli uomini di Stato americani.
D’altra parte, se nella guerra in Afghanistan non sono stati conseguiti né l’obiettivo della distruzione della rete terroristica di Al Quaeda né quello della cattura di Bin Laden, è pur vero che le compagnie americane si sono considerevolmente avvicinate al controllo delle immense risorse naturali dell’Asia centrale (nel mentre le forze militari della coalizione guidata dagli USA sono ormai giunte al confine con la Cina). Diversa è la situazione della guerra in Iraq, dove la presa di Baghdad e degli altri centri urbani di questo paese ha coinciso perfettamente con la conquista delle risorse petrolifere: l’espropriazione e la privatizzazione del greggio in uno dei principali paesi produttori, e in uno scacchiere decisivo del mondo, sono stati il sigillo della vittoria della democrazia e della libertà. Che importa se l’ascesa pilotata del prezzo del petrolio sembra vanificare i vantaggi che i satelliti degli USA (fra cui il sub-imperialismo italico, da tempo impegnato nel dare denti alle sue velleità espansionistiche) si ripromettevano dall’invasione dell’Iraq? Che importa se la benzina che acquistiamo contiene una elevata percentuale di sangue iracheno? Non si tratta forse degli ‘effetti collaterali’ ampiamente previsti allorché furono elaborati i piani dell’aggressione militare all’Iraq, già prostrato, negli oltre dieci anni intercorsi fra la prima e la seconda guerra del Golfo, da un embargo che aveva causato mezzo milione di morti (in maggioranza bambini, donne e anziani) e da un ‘conflitto a bassa intensità’ chiaramente prodromico rispetto all’attacco scatenato nel marzo del 2003? Ecco dunque perché, se il contesto economico, politico e militare in cui si sìtuano gli attentati di Madrid e di Londra è quello or ora sinteticamente richiamato, non è proprio il caso di fare sconti, come forze di opposizione, alle potenti oligarchie che hanno pianificato, attuato e condotto la guerra, calcolando cinicamente costi e ricavi. “Non lancerò un missile di due milioni di dollari contro una tenda da dieci dollari per colpire la gobba di un cammello”, ha dichiarato il principale rappresentante di quelle oligarchie. Ma noi, che apparteniamo alla classe di coloro che comunque pagano il conto, non possiamo dimenticare che, mentre la guerra è la loro, i morti sono i nostri.



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