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Le alternative all’indulto ci sono

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10 Agosto 2006

L’Indulto, come il condono, è un palliativo che non costituisce la cura ma può peggiorare la malattia, quindi è prioritario affrontare il tema delle riforma della giustizia in modo da renderla più funzionale alle esigenze della società attuale, sia sotto il profilo sostanziale che processuale.
Nella sostanza le richieste dei cittadini sono molto semplici, chiedono di poter far valere i loro diritti in modo idoneo alle nuove esigenze della società con uno svolgimento delle procedure processuali in tempi ragionevoli e attuate da giudici competenti, autonomi e indipendenti; inoltre ritengono irrinunciabile la richiesta che il giudizio finale debba tenere in attenta valutazione i diritti dell’imputato in uguale misura a quelli della vittima.
Per cercare di arrivare alla soddisfazione di queste richieste è necessario uniformare, le strutture e i mezzi utilizzati, alla quantità di domande di giustizia avanzate dai cittadini. Chiunque abbia a che fare con un tribunale può rendersi conto, da profano quale può essere, che le strutture non sono adeguate e che la buona volontà degli addetti non è in grado di colmare le lacune che il servizio offre.
Partendo dal presupposto, molto attendibile, che la vittima non necessariamente vuole ricorrere ad una soluzione giudiziale, che il più delle volte è inutile o insoddisfacente, ma preferirebbe decisioni più rapide; si potrebbe ricorrere, ad esempio, a sanzioni di tipo amministrativo nei confronti dell’imputato, per dar luogo a fondi di solidarietà a sostegno concreto di coloro che subiscono il danno. Soluzione semplice che permetterebbe di snellire le procedure per quei reati meno rilevanti come impatto sociale.
Una realizzazione opportuna per lo snellimento, accertata la cronica insufficienza dei giudici rispetto alla crescente domanda, sarebbe l’affidamento a magistrati non togati di una parte dell’amministrazione giudiziaria, nodo delicato e importante che, una volto sciolto, potrebbe portare soluzioni efficaci. Questo comporterebbe la formazione ed un continuo aggiornamento del personale incaricato, scelta onerosa per le scarse risorse disponibili che potrebbe essere superata con l’ausilio di giudici onorari.
Un rapporto di confronto sui temi comuni della giustizia tra giudici e avvocati, facendo salvi i ruoli di competenza, sarebbe utile alla soluzione delle questioni giuridiche; questa scelta obbliga la realizzazione di una struttura, in grado di rappresentare tutti gli avvocati, che sia interlocutore qualificato di riferimento.
Senz’altro inutile la separazione delle carriere che non darebbe vantaggi allo svolgimento dei lavori e comporterebbe un assoggettamento del Pubblico Ministero al potere esecutivo snaturandone la necessaria indipendenza, unica vera forma di garanzia per il cittadino, minando quel principio fondamentale dell’obbligo all’azione penale.
Non ci si può esimere dal ritenere che, una maggiore efficienza e impegno dei magistrati, sarebbero elementi essenziali per un miglioramento del servizio; ma gli organismi di controllo non sempre sanno essere all’altezza del compito assegnatogli pertanto sarebbe utile agire in questo senso.
Dimenticare che la buona celebrazione di un processo comporta costi insostenibili per un cittadino medio, sarebbe un errore, di fatto ne traggono vantaggio solo coloro che hanno condizioni di privilegio economico e che, solitamente, riescono a trascinare le procedure sino alla prescrizione dei reati; mentre, in molti casi, favorisce i professionisti del crimine che, grazie alle opportunità di cui sono a conoscenza, godono anche del patrocinio statale.

L’istituzione, in tutte le carceri, di un Garante dei detenuti che vigili sull’umanizzazione dei rapporti carcerari in modo da non permettere l’annientamento della personalità del detenuto, è un obiettivo da perseguire perché permetterebbe un reale recupero di quei detenuti che desiderano riscattarsi cercando il reinserimento nella società.

Un pregiudizio che va combattuto è il luogo comune in base al quale si stabilisce che la detenzione cautelare dia motivo per definire, il sospettato, colpevole di reato; purtroppo è una disfunzione culturale che necessita degli opportuni accorgimenti per garantire il diritto di presunzione di innocenza; molto utile sarebbe una diffusione della cultura giuridica nelle scuole.

Non posso fare a meno di continuare a domandarmi cosa, o chi, abbia impedito l’assegnazione del Ministero della Giustizia ad Antonio Di Pietro che, con le competenze acquisite, avrebbe saputo affrontare il problema della giustizia cercando soluzioni rapide e efficaci senza avvalersi di scappatoie, che, come l’Indulto, procrastinano e non risolvono i problemi della giustizia scaricando le conseguenze sui cittadini.

Alessandro Milani, Coordinatore Provinciale "Di Pietro Italia dei Valori"

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