Le due lame che hanno tagliato la nostra aria
20 Giugno 2005
Caro direttore,
a volte, come di fronte alla morte del giovane Caludio Meggiorin, si resta bloccati, in silenzio, girando intorno ai mille interrogativi che episodi come questo pongono alla nostra coscienza, alle paure cui danno spazio e di cui qualcuno vorrebbe approfittare, alle chiusure ed ai rifiuti che possono alimentare nuovi drammi. Ho ascoltato e letto. Ho apprezzato ed ho disprezzato.
Ho apprezzato le parole di Massimo Tafi ed il suo appello che un’altra Varese esca allo scoperto, ad una legalità che sia fatta certo di rispetto delle regole e di certezza del diritto, ma anche di inclusione, una legalità che espella ogni differenziazione fra le persone ed ogni appello e/o giustificazione al farsi giustizia.
Ho apprezzato le parole di Mario Carabelli contro la legge del taglione e l’appello al senso civico da parte di chi occupa ruoli pubblici ed ho disprezzato la patetica replica di Crosti, il suo “che film ha visto Carabelli”, il suo non essersi accorto di quello che tutti hanno visto. Non so che film veda Crosti, so che Besano é stato teatro di una tragedia, terribile, e che Varese é stata palcoscenico di una rappresentazione dove attori ormai consunti hanno rimesso in scena la stessa vecchia commedia degli orrori, sperando di raccogliere ancora qualche applauso, di spartirsi gli applausi di un pubblico emotivo e sospinto lontano da ogni ragionamento sul cosa significa legalità, civiltà, giustizia, rispetto delle altre persone. Ho apprezzato le parole del Questore Selmin, il suo approccio al fenomeno migratorio, la sua capacità di cogliere le differenze, il suo senso della legalità, una legalità non slegata dal rispetto. Ho apprezzato le riflessioni del Social Forum, non ho apprezzato il silenzio e le connivenze coi cortei giustizialisti.
Ho disprezzato l’uso politico di una tragedia, il soffiare sul fuoco delle pulsioni del branco, il giustificare l’aggressione dandone la colpa all’aggredito, al suo esistere fra noi, il chiedere “giri di vite”, terminologia che deriva dall’uso di strumenti per arrestare, torturare, garrotare.
Si potrebbe discutere a lungo, e si dovrà ricominciare a farlo non appena l’emozione lascerà il posto alla ragione, sui dati reali, anche quelli della delinquenza, dei reati, delle persone incarcerate, sui perché delle migrazioni, sul fallimento delle “bossi-fini” ed anche delle “turco-napolitano”. Oggi temo sia inutile proporre idee a chi brandisce ideologie, proporre argomenti a chi fa propaganda. Oggi chi può deve stare vicino a chi sta soffrendo, oggi chi può deve impedire nuove sofferenze, oggi tutti abbiamo l’obbligo di investire in cultura, ove col termine cultura si intende il nostro modo di pensare “noi” e di rapportarci con gli “altri”.
Due lame hanno tagliato l’aria in questi giorni. La prima, impugnata da un ragazzo, ha colpito a morte un altro ragazzo ed ha distrutto la vita di chi gli voleva bene. La seconda, impugnata da “personaggi” pubblici, importanti solo per il ruolo che ricoprono, ha lacerato un tessuto civile e sociale, aprendo cicatrici facili ad allargarsi e difficili da rimarginare. Della prima lama si occuperanno magistrati e forze dell’ordine, della seconda dobbiamo liberarcene noi, tutti.



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