Come leggere il debito pubblico degli Stati della UE
2 Febbraio 2021
Egregio Direttore,
in conseguenza dell’attuale crisi politica abbiamo assistito ad un aumento dello spread, del differenziale di rendimento dei titoli del debito pubblico del nostro paese. Gli analisti finanziari in conseguenza di criticità politiche, come quella, attuale continuamente monitorano , con un confronto paridgmatico costante con le diverse realtà nazionali ritenute più affidabili rispetto all’Italia.
La crisi del debito sovrano ha catapultato sui mass media generalisti termini prima riservati a ristrette cerchie di tecnici. Leggere su un giornale qualunque parole come spread e CDS ( i CDS nell’attuale mondo della finanza globalizzata si presentano come strumenti finanziari derivati come le cartolarizzazioni, dove gli operatori possono gestire il rischio), si che pochi anni fa sarebbero apparsi solo come dei tecnicismi finanziari per addetti ai lavori, oggi, invece, questi termini sono diventati entrati a far parte del linguaggio “quasi normale” di questo periodo.
D’altra parte si tratta di strumenti di interpretazione del mercato che si sono dimostrati nel tempo semplificatori per una comprensione delle dinamiche finanziarie del mondo obbligazionario e in particolare del debito sovrano. Qualche esempio in tal senso può aiutare a capire perché.
All’inizio della crisi finanziaria (intorno al 2007) lo spread tra titoli del debito decennale italiano e titoli del debito tedesco era di circa 20-25 punti base. Questo significa che i BTP a dieci anni in circolazione quattro anni fa scontavano sul mercato un rendimento maggiore soltanto dello 0,20-0,25% rispetto ai titoli tedeschi Bund a 10 anni ritenuti da sempre più sicuri per via dei migliori fondamentali economici della Germania. Un primo strattone si è poi avuto a fine 2009 quando il differenziale ha raggiunto i 157 punti base (1,57%): il rientro entro la soglia dello 0,9% ha sicuramente inviato fiducia ai mercati fino almeno alla metà dell’aprile 2010.
A quel punto ha avuto inizio il balzo degli ultimi mesi in cui la crisi del debito sovrano dell’Europa periferica si è allargata dalla Spagna e dalla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo e infine ha messo sotto pressione anche l’Italia, dove il rendimento è arrivato al 6,16% avvicinandosi pericolosamente alla soglia del 7%, limite definito un po’ affrettatamente come insostenibile. Certo il 7% di interesse non è un numero casuale: rappresenta il livello che ha messo in ginocchio la Grecia e spingendola a chiedere l’aiuto dell’Europa. L’avvicinarsi di Spagna e Italia a questa soglia preoccupa giustamente gli osservatori internazionali. Ma nel caso dell’Italia si tratta veramente di un punto di non ritorno?
Su questo più di un dubbio è lecito sollevare anche sulla scorta, per esempio, delle considerazioni di esperti finanziari di alcuni quotidiani statunitensi dal Wall Street Journal all’International Business Times.
Infatti, rifacendosi ai dati del Tesoro italiano noi sappiamo infatti che il debito medio italiano ha una scadenza media di 7,09 anni e un interesse medio del 4% circa. In altri termini prima che si arrivi a pagare un interesse medio del 7% serve sicuramente qualche anno. Un’agenzia di rating, Fitch, ha evidenziato come dai calcoli finanziari che se l’interesse nelle ultime aste si attesta al 7% e rimane lì, rispetto al 2015 arriverà ad oggi intorno al 6,1% rispetto al 4,8% circa di quello precedente, si manterrà ben sotto i livelli raggiungi negli anni Ottanta e Novanta. Di certo il quarto debito del mondo fa paura e l’incremento dei rendimenti (più ancora che dello spread) implica di volta in volta interessi sempre più elevati ed il problema va sicuramente ricondotto ai fondamentali del Paese.
D’altra parte in alcuni casi i dati finanziari possono persino essere fuorvianti come nel caso dei CDS, i credit default swap che assicurano in pratica i possessori contro il default dello Stato di cui si hanno dei titoli del debito. Qualche condizionale in fondo si potrebbe mettere perché proprio con il recente default della Grecia l’ISDA (International Swaps and Derivatives Association che in pratica associa e in qualche maniera monitora il mercato dei derivati non regolamentati Over the Counter) ha deciso che il “credit event” che avrebbe fatto scattare i rimborsi non c’era e quindi che le garanzie europee coprivano in pratica il default greco evitando che le poche banche americane che offrono questi prodotti dovessero risarcire i propri clienti del valore dovuto.
E’ anche vero, però, poi viste le condizioni del piano europeo per la Grecia non sarebbe cambiato un gran che, per il singolo investitore, però sicuramente questo spinge a riflettere sugli strumenti dei CDS.
Quello che preoccupa è che essendo i CDS strumenti Over the Counter ossia non contrattati su mercati regolamentati sono meno trasparenti e non hanno una standardizzazione e un conseguente monitoraggio quasi costante. La presenza di pochi grandi gruppi bancari che dominano questo mercato rende ancora maggiori i dubbi sulla sua affidabilità, come mercato, al punto che l’Unione europea ha deciso di promuovere nuove regole per tutti questi strumenti.
Di certo con la crisi del debito sovrano (anche nella prima fase della crisi dei mutui subprime) i CDS sono diventati sempre più noti e non a caso in diverse circostanze hanno anticipato tendenze pericolose dei mercati (come il fallimento di Lehman Brothers).
I CDS sono espressi in punti base (ossia un punto è lo 0,01% e quindi 100 punti sono uguali all’1%) e in genere fanno riferimento a scadenze quinquennali. Se il Credit Default Swap di un Paese inizia a crescere vuol dire che la gente compra questo CDS e se il mercato compra assicurazioni contro un default e quindi spende per cautelarsi vuol dire che percepisce un rischio. Tali CDS inoltre sono non solo collegati a stati ma spesso anche al debito di grandi società private, come grosse banche e altri importanti soggetti economici.
Un’analisi di un Bond in molti casi può essere accompagnata da un’analisi del CDS corrispondente (se esiste) tenendo però a mente che il prezzo e il rendimento di un Bond insieme al rating delle agenzie forniscono le informazioni principali e scontano il rischio di un investimento nel titolo.
Quando però, come è accaduto, la revisione del rating di uno stato passa per una analisi del mercato dei CDS si supera probabilmente il limite. Le ridotte dimensioni e la loro giudizio, queste in teoria, hanno ogni interesse a farlo il più rigorosamente possibile , anche per tutelare la loro immagine e reputazione, ma è pur vero che le stesse sono pagate dalle ditte stesse per dare i loro giudizi su le stesse, giudizi che in ogni caso non devono dispiacere, “ non troppo” i loro clienti, e in ogni caso anche per tali agenzie vale il fatto che il loro fatturato deve essere sistematicamente impinguato.
E’ evidente che in questa situazione, di non effettiva valutazione dei dati finanziari, la valutazione dei relativi debiti la possibilità di una conflagrazione del debito a livello mondiale è all’ordine del giorno, con l’effettiva possibilità trascinamento a catena di tutta l’economia mondiale in un ulteriore crisi-recessione, ulteriormente accentuata dall’attuale effetto pandemico sull’economia, la valanga della crisi sta per arrivare se non è già in corso, ma ancora pochi la vogliono vedere. La soluzione c’è dando luogo ad un’altra visione dell’economia, visione che scardina alla radice il saggio di profitto e la sua finanziarizzazione, ma quest’altra visione ha come potente immagina quella dello “spettro del comunismo”, negata dagli attuali ideologi economisti al soldo degli interessi capitalistici, ma più si ignorano i segnali di un ‘epocale collasso che si delinea all’orizzonte del nostro presente, più smisurato sarà l’impossibilità di uscire da questa crisi senza che una modifica radicale dell’attuale modo di produrre, di quello capitalistico.
Cosimo Cerardi, Busto Arsizio



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