Lo Stato può accogliere una richiesta di morte?
4 Gennaio 2007
Egregio direttore
senza volermi addentrare nel merito del dibattito politico seguito alla lettera del signor Matteo Sabba del 3 gennaio, mi limito ad un’osservazione su quanto affermato con riferimento alla «tragedia di Piergiorgio Welby, il quale chiedeva l’impossibile: lo Stato doveva autorizzare il suo omicidio e questo in uno stato a maggioranza cristiana non è ammissibile, perché l’uomo cristiano deve saper fare un passo indietro quando si trova davanti a una decisione che riguarda la vita, una decisione che riguarda solo Dio».
Pur concordando sugli esiti del ragionamento appena riportato non posso, infatti, nascondere il mio disagio, come uomo cristiano, a fronte del richiamo alla maggioranza (magari fosse vero) cristiana come limite all’intervento dello Stato nelle delicate questioni concernenti la vita umana (e non soltanto il suo momento conclusivo).
La questione è mal posta ed esclude dal dibattito tutti coloro che, come me, vorrebbero affrontarla a partire dal punto di vista della ragione. La domanda, anche se nel caso in esame andrebbe ulteriormente specificata, è se la vita umana possa essere oggetto di decisioni da parte dello Stato (indipendentemente dal fatto che queste mi trovino o meno d’accordo) ovvero se lo Stato possa accogliere la domanda di morte di un suo cittadino. Si capisce che a questo livello della questione poco conta il colore o il simbolo dell’ideologia – politica o religiosa – di maggioranza. Il rischio è quello di cadere in un relativismo subdolo per il quale alla fine magari si azzeccano anche le conclusioni (qui sta tutta la saggezza di un popolo di tradizione cattolica) ma si perde la capacità di sostenerne in modo costruttivo le ragioni. Se infatti la vita è un bene assoluto, allora non posso vincolarne la protezione all’esistenza di una asserita maggioranza cristiana, e questo è evidente! Da cristiano mi trovo più d’accordo con Ernst Bloch, filosofo ateo e marxista, il quale aveva la semplicità di riconoscere che «Nessuno vive perché lo vuole. Ma una volta che vive lo deve volere» piuttosto che con le affermazioni del signor Sabba.
Il punto di partenza, dunque, non può che essere una riflessione sopra la propria esperienza e non certo l’adesione ad un’ideologia piuttosto che ad un’altra. Con questo vorrei solo contribuire ad un dibattito più leale e meno politicizzato su temi che ritengo non possano essere in alcun modo delegati allo Stato. Pochi sapranno che nel Regno d’Inghilterra un uomo ed una donna potevano avere rapporti sessuali solo col permesso del Re ed infatti il termine FUCK altro non è che l’abbreviazione di Fornication Under Consent of the King (un cartello con tale dicitura veniva appeso sulla porta delle abitazioni ove si avverava la felice unione). Non vorrei che tra qualche anno ci trovassimo a morire dietro alla scritta DUCS (Dying Under Consent of the State).
Con i miei migliori auguri.



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