Lotta di classe e “decrescita”
3 Febbraio 2007
Egregio direttore,
il signor Gianni Mentasti, esprimendo il suo consenso (lettera del 22 gennaio) al ‘decalogo’ in cui ho condensato quelle che, a mio giudizio, sono le linee fondamentali della ricostruzione di una posizione di classe proletaria e comunista (lettera del 18 gennaio), mi pone due questioni: il passaggio dalla ‘classe in sé’ alla ‘classe per sé’ e il nesso fra crisi ecologica e sviluppo del capitalismo.
Ringraziandolo per la chiarezza del suo intervento, che offre un utile contributo allo sviluppo del dibattito, ed essendo d’accordo sulla maggior parte delle sue considerazioni, mi limiterò ad affrontare le due questioni che egli mi ha posto.
Osservo quindi, circa la prima questione, che, dal punto di vista del materialismo storico, le classi sono formazioni oggettive definite da rapporti sociali di produzione che consentono di estrarre pluslavoro ai produttori diretti, e che tale sfruttamento, poiché di questo si tratta, può far nascere negli sfruttati (e sottolineo ‘può’, perché questo fatto può anche ‘non’ accadere) un senso di coesione e una percezione dell’interesse collettivo, che dipendono dalle possibilità di azione comune esistenti in un certo luogo, in un certo tempo e in un certo ambiente. Ciò significa, dunque, che la coscienza di classe delle classi dominate varia considerevolmente, mentre, di norma, le classi dominanti ne sono sempre altamente dotate. Ciò che non varia allo stesso modo, invece, è la resistenza allo sfruttamento, che costituisce anch’essa un altro fattore, parimenti oggettivo, che concorre a definire la classe sociale in quanto tale. Tale resistenza, comunque, non è necessariamente né consapevole né collettiva, poiché la lotta di classe è immanente agli stessi rapporti fra le classi, così come lo sfruttamento e la resistenza contro di esso. D’altra parte, aderire ad una concezione sostanzialmente idealistica della lotta di classe, che rifiuta di considerarla tale in assenza di una coscienza di classe e di un conflitto politico in atto, significa diluirla a tal punto che, in molte situazioni, praticamente essa svanisce. (Questo è ciò che fanno quei marxisti che adottano la concezione non meno idealistica che estremistica della “coscienza di classe attribuita di diritto”: concezione professata dal giovane Lukács di “Storia e coscienza di classe”, rigettata dal Lukács maturo dell’“Ontologia dell’essere sociale” e giustamente respinta, sulle orme di quest’ultimo, dallo stesso Mentasti). Sennonché, una volta svanita la lotta di classe, diventa possibile negarne del tutto l’esistenza, ad esempio, negli odierni Stati Uniti d’America o tra imprenditori e lavoratori immigrati in Europa o, ancora, tra padroni e schiavi nell’antichità, poiché in ognuno di questi casi la classe sfruttata non ha, o non aveva, una coscienza di classe né ha intrapreso alcuna azione politica comune, oppure lo ha fatto solo in alcune rare occasioni e in misura limitata. Va detto perciò che questa concezione finisce, in ultima analisi, con lo svuotare di significato non solo il “Manifesto del partito comunista”, ma anche gran parte dell’opera di Marx. In realtà, la tesi della ‘fine della lotta di classe’, se può trovare spazio e credito grazie allo stato attuale di disorganizzazione (non di assenza) di un soggetto sociale antagonistico nei paesi capitalistici più avanzati, non è altro che il prodotto di un rovesciamento dei rapporti reali operato dall’ideologia dominante in una fase storica in cui si assiste, al contrario, ad un processo gigantesco di estensione della classe operaia su scala mondiale: in sostanza, questa tesi, priva di qualsiasi valore teorico, è, essa stessa, un momento della lotta di classe che le forze dominanti conducono sul piano ideologico-culturale per depotenziare e disperdere l’antagonismo delle classi subalterne.
Riguardo alla seconda questione, relativa alla crisi ecologica, posta da Mentasti, confesso, pur riconoscendo che lo sviluppo capitalistico ha effetti devastanti non solo sull’umanità ma anche sugli equilibri ambientali, di non trovarmi in sintonia con le sue considerazioni di tipo catastrofistico, che conducono inevitabilmente a sposare la tesi, sostenuta dall’economista francese Serge Latouche, della ‘decrescita’ come risposta a tale sviluppo: una tesi che non solo è diametralmente opposta alla tesi, marxiana, marxista e leninista, dello sviluppo delle forze produttive come premessa oggettiva della rivoluzione socialista, ma è stata altresì smentita dalla stessa realtà dei dati di fatto (basti pensare al limitato riscontro che hanno avuto le apocalittiche previsioni sugli effetti della crescita economica fatte dal Club di Roma all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso). In effetti, dal mio punto di vista, uno sciopero a Mirafiori o una manifestazione contro le basi Nato in Italia hanno un’importanza di gran lunga maggiore che non una protesta contro la Tav o un’iniziativa all’insegna dello “sviluppo sostenibile” o del “commercio equo e solidale”. Aggiungo, poi, che, se l’intento è quello di lottare contro l’imperialismo americano, non ha senso adottare il modello della ‘decrescita’, poiché la geopolitica, ossia la formazione di uno schieramento antimperialista che tenga conto dei rapporti di forza reali, e la ‘decrescita’, ossia la riduzione dello sviluppo economico, sono, almeno per ora, del tutto incompatibili. Inoltre, come non vedere che la tesi della ‘decrescita’, se non va confusa con una versione aggiornata del ‘romanticismo economico’ e del correlativo ‘socialismo feudale’, si ricollega idealmente a quei progetti elaborati dagli esponenti del socialismo critico-utopistico, che erano in astratto razionali e coerenti, ma erano di fatto inattuabili a causa della mancanza di un soggetto collettivo che fosse interessato a portarli avanti?
In conclusione, se è vero quanto afferma Mentasti, ossia che il «compito dei comunisti è… quello di riflettere a viso aperto attorno alle aporie che possono ostacolare il dispiegarsi di una strategia comunista adeguata al XXI° secolo, nella consapevolezza che senza la rivalutazione del contributo leninista, difficilmente si potranno orientare le masse nella giusta direzione», allora è altrettanto vero che le questioni nodali attorno a cui occorre riflettere sono quelle che ho indicato nell’ultima tesi del mio ‘decalogo’: la costituzione dei blocchi imperialisti, le tendenze alla guerra, il ruolo dello Stato nei paesi imperialisti e periferici, la composizione di classe internazionale, l’aristocrazia salariata (base dell’opportunismo nel movimento operaio) e, infine, un bilancio complessivo sul movimento comunista del ’900.



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