Marx 2006
8 Novembre 2006
Egregio direttore,
«il socialismo pratico consiste in una corretta conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi vari aspetti», ha affermato Friedrich Engels, concludendo lo scritto intitolato “La questione delle abitazioni”.
Conseguentemente, limitarsi a ripetere formule del tipo “un altro mondo è possibile” o “anche i ricchi piangano”, senza spiegare che cosa ciò significhi realmente e senza discutere concretamente e concettualmente i rapporti di proprietà, è puro “flatus vocis”, che dissolve nelle nebbie di un populismo declamatorio il duro compito della critica materialistica. In realtà, le contraddizioni della società capitalistica, analizzate dal marxismo e sintetizzate nei famosi cinque “punti” con cui Lenin ha fissato l’essenza dell’imperialismo all’inizio del Novecento, mantengono un’evidenza inconfutabile. Soltanto gli apologeti dell’ideologia dominante possono negare la tendenza alla diminuzione del tasso di profitto, l’impoverimento crescente, l’aumento dello sfruttamento, la sovrapproduzione di merci, capitali e forza-lavoro, la socializzazione del lavoro, l’estensione del mercato mondiale, l’esportazione di capitali, lo scambio ineguale ecc.
Il duro compito dell’analisi materialistica, ossia marxista, consiste allora nel fornire una guida ad una solida e meditata azione politica. Ma qual è il nucleo centrale dell’analisi marxista? Il nucleo centrale di tale analisi riguarda la teoria del valore e del plusvalore, la cui fonte è costituita dalla produzione capitalistica di merci basata sull’impiego di forza-lavoro salariata, cioè dal fenomeno dello sfruttamento capitalistico.
L’evidenza empirica, che ho definito inconfutabile, concerne, ad esempio, il fenomeno che, assieme allo sfruttamento capitalistico, viene reiteratamente denegato dall’ideologia dominante, cioè l’impoverimento assoluto. Sennonché quest’ultimo fenomeno è comprovato dal fatto che negli ultimi 35 anni, quelli dell’ultima crisi mondiale prolungata e sostanzialmente ininterrotta, la crescita del Pil mondiale si è in media praticamente più che dimezzata (dal 5-6% degli anni 1950-60 al 2-2,5% degli ultimi due decenni, con un correlativo aumento della disoccupazione). Si tenga presente che ciò è avvenuto nonostante l’alta crescita ora di un paese (ieri il Giappone) ora dell’altro (oggi la Cina o l’India), che non ha impedito l’aggravamento dei livelli medi di vita delle masse lavoratrici mondiali e perciò l’impoverimento.
Come se questo non bastasse, quasi 2 miliardi di persone (non vivono ma) sopravvivono con l’equivalente, secondo i prezzi del posto, di due dollari al giorno (!) e un miliardo di persone spesso muore per fame, sete e malattie. Infine, le statistiche dicono che metà della popolazione mondiale ha complessivamente la stessa ricchezza delle prime più ricche 500 famiglie al mondo (!). In sostanza, l’indubbio aumento del divario tra povertà e ricchezza è il problema centrale dell’economia mondiale, che investe non solo le aree sottosviluppate del pianeta, ma anche le aree più sviluppate, particolarmente nelle metropoli.
In questa situazione, la rivendicazione del “valore della forza-lavoro” rappresenta, come ha dimostrato da ultimo, il 4 novembre scorso, la possente manifestazione nazionale contro la precarietà, che si è svolta a Roma, una parola d’ordine fondamentale per i lavoratori salariati e diviene la base elementare di un programma di lotta, anzitutto sindacale, che parta dalla loro posizione di classe antagonistica nella società del capitale. Si tratta, in altri termini, di ciò che Marx ed Engels, fin dal «Manifesto del partito comunista», definivano “programma minimo”, adeguato alle fasi in cui non vi sono le condizioni per giungere alla conquista del potere politico di Stato e, tanto meno, per avviare una transizione di tipo socialista.



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