Matrimoni gay e monsignori
15 Maggio 2006
Egregio Direttore,
una bizzarra coincidenza ha voluto che il messaggio del Papa ai politici, “no alle unioni gay” si incrociasse con una drammatica notizia.
Quella del monsignore che ha travolto alcuni agenti nel tentativo di sfuggire ad un fermo di polizia in una zona notoriamente frequentata da giovani prostituti romeni.
Il prelato, che lavora alla segretaria di Stato vaticana ed è coadiutore a San Pietro, ha poi ammesso di essere stato fermato mentre era alla ricerca di un incontro omosessuale ma, ha assicurato, “con un adulto e non con un minorenne”.
Anche questa situazione, come le tante ricorrenti notizie di casi di pedofilia con il coinvolgimento di sacerdoti, dovrebbero indurre la gerarchia ecclesiastica cattolica ad una estrema cautela nel trattare questi temi.
Nella consapevolezza di una assoluta necessità di decisioni, a livello politico, che portino ad evitare le drammatiche conseguenze della solitudine e dell’isolamento anche attraverso una regolamentazione giuridica delle unioni omosessuali.
La chiesa arriverà sicuramente, un giorno, a riconoscere queste situazioni anche per l’Italia – sempre sotto tutela speciale del Vaticano – permettendo così che anche il nostro paese possa riconoscere la parità di diritti fra cittadini già sancita in tutte le altri nazioni europee.
Questo avverrà comunque purtroppo in ritardo, come spesso è successo in una millenaria storia che, nata dal massimo atto d’amore, si è poi a volte immiserita nel dramma dell’inquisizione, dell’antisemitismo, del potere temporale gestito dispoticamente, della discriminazione.
Noi oggi, al contrario, abbiamo bisogno, tutti, di gesti d’accoglienza e di comprensione.
Soprattutto nei confronti di chi è discriminato per motivi di sesso, razza o religione.
Non è possibile che l’etica laica, quella della Ragione, sia ancora lasciata sola nella difesa di questi valori universali.



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