Nei bambini c’è la speranza se i genitori stanno con loro
25 Gennaio 2007
” Guardatemi bene, sono distrutto e impotente.
Sono la degradazione, non sono più niente.
Ho gli occhi nel vuoto, drogati e corrotti.
Avete visto come siete ridotti. ”
Così Giorgio Gaber – il Pasolini del teatro italiano – nel 1979. Dopo aver concluso tutte le strofe precedenti con la prima persona – “avete visto come sono ridotto” – la conclusione toglieva il velo dallo specchio di fronte al quale qualsiasi descrizione del mondo giovanile ci pone. Eravamo quasi alla conclusione di uno splendido e rabbiosissimo spettacolo, “Polli d’allevamento”, in cui tutto – tutto – veniva travolto nella critica del luogo comune, del tradizionalismo, del consumismo, della moda.
Uno specchio, dicevo: le descrizioni giornalistiche del mondo giovanile (non il mondo giovanile, poichè una mappa, alla faccia del mito della neutralità, non è mai il territorio tracciato) riflettono da sempre i tratti della considerazione adulta di quel mondo, la sua sostanziale copertura, trasfigurazione, incomprensione. La caricatura e lo scandalo divengono necessari per coprire – con il clamore del “fatto” in prima pagina – la realtà di una distanza cosmica del mondo e dell’immaginario adulto dal mondo e dall’immaginario adolescenziale.
O, peggio, per nascondere la sempre più triste evidenza – ne parlavo proprio ieri con mia moglie, insegnante – di una progressiva adultizzazione dei giovani: non nel senso nobile della conquista dell’autonomia, della progressiva maturazione. Ma nel senso della perdita di poesia, di pulizia e di sogno , nella scomparsa di certi elementi di sacro e misterioso (nel senso più laico del termine) che dovrebbero essere propri di un gioco della crescita avventurosa nella quale gli orizzonti siano ancora tutti aperti, e rischiosi, e affascinanti perchè rischiosi. Insieme troppo adulti e, proprio perchè troppo adulti , troppo poco maturi. La maturità significa anche tenere un po’ lontana, a qualsiasi età, la prosa del mondo con un continuo orizzonte di concretissima utopia fanciullesca. Essere un po’, per tutta la vita come il protagonista di Musil, “uomini senza qualità”. Un pò pascolianamente fanciulli. Un permanente ed irriducibile complesso di Peter Pan.
Quel che temo è che – per colpa nostra – stia lentamente e visibilmente accadendo il contrario. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi”: e il progresso già annunciato dal Buffalo Bill di De Gregori esclude imprevedibili, e liberi, “scarti di lato”. Una strada sicura, un posto sicuro, l’univoco pensare a se stessi, la scelta della scuola superiore finalizzata al lavoro, di una facoltà universitaria finalizzata alla professione più redditizia. Genitori permanentemente disattenti (in gergo “libertari”), universalmente assolutori (in gergo “aperti e comprensivi” o, peggio, “amici”) ad allucinatoria copertura di un senso di colpa inammissibile con se stessi. Da cui, insegna Winnicott, il bisogno di un’attenzione severa attraverso il comportamento deviante.
Una scuola che è sempre più, anche grazie alla sinistra, “apparato ideologico di Stato” e che – nell’universo della politica – si è progressivamente svuotata di cultura nella direzione dell’ impresa (e di internet, dell’inglese), con insegnanti pericolosamente “marxisti” sempre più sfiduciati, demotivati, spesso impegnati in un’estenuante disfida quotidiana (che ancora Althusser definisce “eroica”) per salvaguardare scampoli di educazione civica, brandelli di letteratura, briciole di filosofia, frammenti di poesia. Senza più un’arma credibile.
Vedi, caro direttore, ne parlavamo proprio pochi giorni fa: io, che mi sono battuto (e che ancora mi batterei) contro la “selezione di classe”, contro la “meritocrazia” come valore di destra mi trovo oggi – come un vecchio reazionario incallito – a ritenere che il recupero di tutto questo, la rivalutazione del rigore e di un po’ di antica severità pedagogica in famiglia e nella scuola sia sempre più di sinistra , e profondamente. Perchè oggi – ma in fondo da sempre – ciò che è profondamente funzionale alla conservazione dello statu quo è esattamente l’inaridimento e l’impoverimento della cultura, della coscienza civica, della capacità di indignarsi, di pensare, di conoscere. La dissoluzione della curiosità come dissoluzione della facoltà intellettuale di opporsi.
Ludovico Geymonat diceva ai giovani: “contestate e create”. Tenete forte – perchè siete, non foss’altro che per un fatto anagrafico, nani sulle spalle di giganti – la barra della critica anche impietosa del passato e del presente per guardare al futuro. Oggi, invece, il presente si accetta come un dato immutabile: e il presente è un mondo adulto e adulterato, costruito dagli adulti e per gli adulti . E in questo mondo c’è la cocaina.
Lavoro da vent’anni con il mondo dell’infanzia. E nell’infanzia per fortuna il pensiero magico è ancora intero. Il teatro ragazzi nasce lì, nell’intento – anche politico e civile – di rivolgersi ad un immaginario aperto all’irrealtà e al mondo delle idee. Nei bambini c’è la speranza, se i genitori stanno con loro.
Sono anche un orgoglioso papà. E mia figlia, l’altro giorno, ha scritto da sola una canzone che diceva, più o meno: “La porta è chiusa sul mondo dei tuoi sogni e non si riaprirà mai / se tu crescendo perderai / la fantasia che avevi da bambino”. Forse era sufficiente questo. Mia figlia mi insegna molto.



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