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Non basta parlare di primarie se manca un progetto per la città

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11 Gennaio 2006

Caro Direttore,

la parola “Primarie” sembra diventata, a sinistra, una sorta di pietra filosofale per trasformare divisioni, competizioni e progetti differenti in armonica unità. Ma sarà poi vero? A me era parso che la scelta delle primarie per le politiche fosse stata intrapresa essenzialmente per corrispondere a due esigenze, queste sì “primarie”: il recupero di una partecipazione di massa del cosiddetto “popolo della sinistra”, che in questi ultimi tempi si era sentito escluso dalle grandi scelte, subendo, più che condividendo, decisioni prese nelle segreterie centrali; la legittimazione di un candidato come Prodi, esterno (e a volte manifestamente estraneo) ai partiti.

L’esperienza, come si sa, è stata straordinaria. Per un attimo noi cittadini, spesso interpellati solo al momento di infilare una scheda nell’urna, abbiamo pensato di essere addirittura attivi e determinanti per l’indirizzo della politica della nostra area di riferimento. Per un attimo abbiamo pensato che questa nuova modalità di partecipazione potesse raccordare (ri-accordare) le numerose espressioni della società civile che afferiscono alla galassia del centro-sinistra (o centrosinistra?) alla politica professionale; coloro i quali intervengono in aree e settori sociali orfani di referenti politici, con coloro i quali sono chiamati ad interpretare, indirizzare e governare i bisogni.

Ora, mi pare che anche questa euforia forse ingenua si vada spegnendo. La novità di un’esperienza inedita rischia di trasformarsi nel formalismo di un rituale già vecchio. Che senso ha parlare di primarie nei termini di una simulazione elettorale? Che senso ha sottoporre ai potenziali elettori di un’area politica candidati scelti senza discussione con quella che un tempo si chiamava “base”? Sarà sufficiente parlare di “primarie”, senza progetti di rifondazione civile, culturale, economica per la nostra città, per illudersi di vincere le elezioni amministrative? Non si sta forse già insinuando l’idea di una inevitabile sconfitta? Dell’impossibilità di un’alternativa? Della incapacità di costruirla qui e adesso?

Con i miei dubbi più cortesi, La saluto cordialmente.

Enzo R. Laforgia

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