Non basta una cazzuola e una carriola per diventare imprenditore edile
10 Agosto 2006
Da anni è sotto accusa il sistema di lavoro nei cantieri di tutta Italia, impostato sulla deregolamentazione, su un effetto domino di appalti e subappalti tra una ditta e l’altra nel quale spariscono responsabilità e garanzie di sicurezza, sulla precarizzazione dei lavoratori, spesso impiegati in nero e senza tutela.
Quanto sopra per le grandi e medie imprese, nel piccolo s i rileva altresì un aumento delle imprese che spuntano come funghi in un settore dove la strada dell’imprenditoria è spianata dalle facili prospettive di guadagno (spesso in nero), che si possono ottenere risparmiando sulla qualità delle opere, sui materiali, sulla sicurezza dei lavoratori e sullo stipendio degli stessi.
Visto l’acceso dibattito parlamentare di quest’ultimo mese sulle liberalizzazioni è appena il caso di ricordare che in campo edile ciò già avviene, basta una carriola ed un badile per diventare imprenditore, ed il risultato è sotto gli occhi di tutti, una commissione parlamentare d’inchiesta dell’anno 2005 ha rilevato che nelle micro imprese il rischio di infortunio mortale è 10 volte superiore che in quelle medie .
Ma non tutte le colpe possono essere addossate alle imprese, vi sono forti responsabilità dei professionisti, direttori lavori e responsabili della sicurezza, che sono presenti (o perlomeno dovrebbero) nei cantieri edili, questi sono i primi che dovrebbero riscontrare le anomalie ed adottare i necessari provvedimenti di tutela .
Anche in questo settore vi è un ingresso costante di nuove figure professionali su un mercato ormai saturo e la ricerca di spazio di lavoro porta spesso ad un abbattimento degli onorari, ai quali corrisponde inevitabilmente una scarsa professionalità, la mancanza della necessaria esperienza, la scarsa presenza sul cantiere per la verifica delle opere eseguite, e molte volte la complicità con le imprese anziché la tutela del committente .
Con questo non voglio dire che si debba limitare il mercato o introdurre ulteriori norme restrittive, il problema è complesso ma la soluzione molto semplice, basata su un vecchio detto: chi sbaglia paga!
E’ necessario più che mai a dottare misure di contrasto molto severe per sbarazzarsi di coloro che le regole non le rispettano o non sanno nemmeno cosa siano, consentendo altresì a chi opera coscientemente e lealmente di restare sul mercato.
Inoltre è fondamentale che l’informazione possa giungere al cittadino: richiamando l’articolo citato, se fosse stato reso noto il nome dell’impresa ed i professionisti coinvolti, la pubblicità negativa avrebbe giocato un ruolo rilevante sul loro futuro, ma la tutela della privacy è in questo caso a discapito del cittadino al quale viene nascosta la reale identità di taluni soggetti.
Sono affermazioni pesanti, ma necessarie quando in gioco è la vita di una persona.
geom. Ermanno Porrini



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