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Non mi voglio rassegnare all’estinzione del Pd

partito democratico
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12 Novembre 2022

Chi scrive è uno dei tanti iscritti, o elettori, alquanto smarriti per quello che, alla nascita, avrebbe potuto e dovuto costituire una novità positiva nel panorama politico della cosiddetta seconda repubblica. L’obiettivo era quello di fondere il meglio della tradizione cattolica democratica con quella  riformatrice, ben presente, nella sinistra italiana, sia nel vecchio Partito comunista (dove il riferimento ideologico al comunismo cedeva in realtà ad una pratica di robusto riformismo), sia nel filone laico socialista, peraltro poco valorizzato nella nuova formazione politica. Ebbene a circa 15 anni dalla nascita il Partito Democratico, uscito male, più politicamente che nei numeri, dalle ultime elezioni, è dichiarato da molti opinionisti in stato comatoso. Se non comatoso, certo il P.D. attraversa un profondo momento di confusione e di debolezza, a causa delle  divisioni correntizie al proprio interno, a causa di una linea politica incerta, a causa di  isolamento politico. Debolezza che ha scatenato, secondo qualcuno, un’Opa ostile per spolparsi il Partito democratico da parte del duo Calenda –Renzi e  da parte del cosiddetto “avvocato del popolo”, Giuseppe Conte, nel quale spregiudicatezza e cinismo sono pari ai suoi volteggi e oscillazioni, a seconda delle convenienze, in tutte le parti dello schieramento politico. Ciò premesso, io non mi rassegno però all’estinzione di un partito e di un progetto ora appannato, ma necessario al nostro Paese, in tema di sviluppo socialmente equo e ambientalmente compatibile, in tema di redistribuzione delle risorse, in tema di servizi pubblici (sanità, istruzione, sociale) universali ed efficienti. Un progetto insomma a misura della persona e non di interessi di profitto esclusivamente privati. Di conseguenza non  mi rassegno neppure al governo, o addirittura all’egemonia, di una destra radicale o estrema, le cui prime scelte identitarie  rischiano di retrocedere il Paese (termine che continuo a preferire a “nazione”) di qualche decennio, nel campo dei diritti civili e non solo. Allora che fare? Rimbocchiamoci le maniche e tentiamo con umiltà e realismo di uscire dal tunnel. Con una consapevolezza: mi piacerebbe un centrosinistra autosufficiente e finalmente in grado di battere la destra ovunque se ne presentasse l’occasione. Così non è e, quando si è deboli, impossibilitati a dettare le regole del gioco ai possibili partner (non dimentichiamo che lo sgangherato sistema elettorale costringe ad  alleanze anche forzate per non essere sempre sconfitti), diventa necessario valutare realisticamente quale sia  il minore dei mali per sé, per i propri elettori, per i cittadini italiani.

E qui vengo al punto: le elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio, che si svolgeranno tra pochi mesi. E’ chiaro, come già scritto, che sia Azione e Italia Viva  sia il Movimento 5 Stelle stanno facendo di tutto per mettere in serissime difficoltà il P.D., giocando sulle sue contraddizioni. Nel Lazio Conte ha pressochè deciso, per il suo piatto di lenticchie (qualche manciata di voti in più da sottrarre appunto al P.D.), di andare da solo alle elezioni, favorendo così oggettivamente il successo della destra. E questo nonostante la buona prova del governo regionale, con la presenza di P.D. e 5 Stelle tra loro alleati. E in Lombardia? Beh, Calenda e Renzi, se avessero tenuto un comportamento politicamente corretto, anziché presentare frettolosamente Letizia Moratti come candidata del Terzo Polo, avrebbero potuto e dovuto discutere sottotraccia con il P.D. e con altri possibili alleati per verificare la fattibilità della candidatura. Personalmente, sono convinto che, in questo momento, il Partito democratico debba cercare di uscire dal suo impasse, accelerando i tempi del congresso. Nel frattempo però confluire in un’aggregazione elettorale attorno a Letizia Moratti potrebbe essere una soluzione almeno tonificante. Anche perché i sondaggi, per quel che valgono, suggeriscono che l’unico candidato, che potrebbe scalzare Fontana in Lombardia, non sarebbe Pisapia, né sarebbero Cottarelli o Sala, ma  appunto Letizia Moratti. Mi chiedo allora: è preferibile, politicamente, presentarsi agli elettori lombardi con un proprio candidato degno e di valore, destinato ad una più o meno onorevole, ma sicura ed ennesima sconfitta?  O tentare di sconfiggere finalmente la destra con un’alleanza attorno all’ex assessore regionale, cui noi saremmo della partita con un ruolo fondamentale in fatto di numero di elettori e di idee? Sconfiggere la destra in Lombardia, parliamoci chiaro, sarebbe come battere il centrosinistra in Emilia ed in Toscana, con ripercussioni positive e negative, anche a livello nazionale per gli uni e per gli altri. Certo, sappiamo che la signora Moratti ha un passato politico assai distante dal nostro, avversaria come sindaco di Milano e avversaria nel governo Berlusconi 2 del 2001, avversaria di recente come assessore della giunta Fontana. Oggettivamente però ora rappresenta la destra o il centro  liberal moderato, per cui, a mio parere, il P.D. non dovrebbe avere eccessive riserve mentali per capire se sia possibile una convergenza di programma su di lei per tentare di vincere finalmente nella nostra regione. Quando si è deboli, come è in questo momento il Partito democratico, occorre deglutire amaro e sopportare certi sgarbi, come la fuga in avanti di Azione e di Italia Viva. Ma occorre anche guardare oltre in maniera lungimirante. Non penso, allo stato delle cose, che si tratti di un’operazione facile, ma credo valga o valesse la pena di provarci.                                                                                                                                         E concludo rivolgendomi ai dirigenti nazionali e regionali del Partito democratico: avete  frettolosamente soffocato e impedito una libera e franca discussione sull’ argomento, venendo meno a quello che un gruppo dirigente, rispettoso delle regole di democrazia interna, avrebbe dovuto fare. Potrei sbagliare, ma la percezione avuta, parlando con iscritti, elettori, simpatizzanti del P.D o comunque di area centrosinistra è che l’opzione Moratti non sia o non fosse affatto peregrina, ma susciti o suscitasse interesse. In ogni caso, essendo una scelta divisiva, sarebbe stato opportuno, in tempi brevi, affidare all’insieme del partito una franca discussione ed una libera e democratica scelta, cui tutti poi si sarebbero attenuti. Così invece non sembra essere avvenuto. Forse il gruppo dirigente preferisce ancora una volta  una più o meno decorosa, una più o meno onorevole sconfitta all’azzardo di una scelta magari temeraria, ma con il rischio della vittoria? Può darsi, ma qualsiasi decisione  avrebbe dovuto o dovrebbe essere presa in ben altro modo. Per questo da iscritto al Partito democratico, sono un po’ arrabbiato.

Mariuccio Bianchi

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