Non si giustifica chi ha ucciso Quattrocchi, il quale era comunque un mercenario
11 Gennaio 2006
Caro Direttore,
come sempre accade, quando una persona, in questo caso Ierina, ha l’onestà intellettuale e morale di dire “NO” alla retorica, qualcuno si leva per chiederle a che titolo parla e per cogliere l’occasione di ripetere un po’ delle solite manfrine destrorse. Ierina ha detto una cosa cosa chiara, che condivido: Quattrocchi era un mercenario, non un eroe caduto in nome di valori condivisi e/o condivisibili, quindi non si può dire che ci rappresenti tutte/i.
Possiamo dire che, di guerra “umanitaria” in guerra “preventiva” sempre più gli eserciti esternalizzano il lavoro sporco o che Quattrocchi non era un povero lavoratore precario costretto a impugnare le armi per portare a casa la pagnotta? Possiamo dire che chi si sceglie come professione il fare da “mercenario” (chi serve gli altri per mercede, chi serve chi più paga combattendo senza passione e senza fede, dal dizionario della lingua italiana), sceglie di fare una professione nella quale si mette in conto di uccidere altre persone per portare a casa la propria più o meno lauta pagnotta? Possiamo dire che chi fa il mercenario in certi teatri geo-politici sa che quelli che ammazzerà o da cui sarà ammazzato saranno persone in partenza più svantaggiate di lui? Possiamo dire che chi fa questo lavoro si mette di norma al servizio di chi vuole trarre profitto dal conflitto in corso? Possiamo dire che non ci sentiamo rappresentati da chi sceglie di essere un mercenario?
Ierina non ha giustificato chi ha ucciso Quattrocchi, non ha definito i suoi assassini come “partigiani”: Ierina sa cosa significa la parola “partigiano” nella cultura del nostro paese, quella cultura che forse il giovane Clerici non ha ancora imparato ad apprezzare, e, per come la conosco, Ierina non usa questa parola né invano né come dispregiativo.
Dovremmo anche uscire dalla retorica dell’italiano con la “I” maiuscola e lasciarla alle canzonette ed alle ideologie guerresche, alle esigenze di chi ha bisogno di esprimere la propria “virilità” pubblica, di chi ha il bisogno di sentirsi “qualcuno”. Chi opera quotidianamente per quello che soggettivamente, ma onestamente, ritiene un bene comune, come la pace, non ha bisogno di maiuscole, non ha bisogno di feticci, non ha bisogno di eroi. Possiamo essere anche almeno un po’ coerenti? Se si era contrari alla guerra in Iraq, non si può rivendicare alcuna maiuscola per chi questa guerra é andato a fare per sua scelta e per suo interesse. E non é questione della serie in cui mettiamo i morti: solo chi é abituato a considerare di serie diverse i vivi, si permette di fare le classifiche sui morti.
Infine inviterei il giovane Clerici a non dare giudizi trancianti sulla vita e sul lavoro che fanno altre/i, anche tra una manifestazione e l’altra (da questa frase si coglie il fastidio che coglie persone come Clerici alla sola idea che qualcuna/o possa “manifestare”) e a non darsi un manto “colto” citando Marx: tra il lavorare “sotto padrone” in cambio di un salario che non incorpora tutto il plusvalore prodotto ed il fare il mercenario, dove il plusvalore sono i morti nel campo avverso, c’é una bella differenza. Certo non tutti i lavori sono gratificanti e ben retribuiti e puliti, ma tra un lavoro in cui ci si sporca le mani ed un lavoro in cui ci si sporca la coscienza, qualcuna/o sa ancora scegliere.
Saluti



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