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Onore a Saddam

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29 Dicembre 2006

Egregio direttore,

quella che sta per essere eseguita contro Saddam Hussein non è una condanna legale alla pena capitale inflitta da un tribunale legittimo, indipendente e imparziale, ma è semplicemente una vendetta politica consumata dai dirigenti degli Usa e della Gran Bretagna sull’ex presidente iracheno per il tramite di un regime fantoccio: una vendetta politica cui si è cercato, senza peraltro riuscire nell’intento, di dare una veste legale.
Saddam Hussein, che va considerato tuttora, anche se impedito di fatto nell’esercizio delle sue funzioni, il legittimo presidente della Repubblica dell’Iraq, è in realtà un prigioniero di guerra e, come tale, finché perdura l’occupazione militare di quel paese, non può essere processato per i fatti a lui attribuiti.
Il “tribunale” di Baghdad è l’organo di un regime che, nonostante la conclamata legittimazione elettorale, è stato istituito dalle potenze imperialiste che hanno attaccato e invaso l’Iraq occupandone militarmente il territorio. Di conseguenza, le attività e gli organi di un regime fantoccio sono privi di vera legittimità e ciò vale a maggior ragione per il “tribunale” di Baghdad, istituito dal governatore americano Bremer e funzionante in base a regole che questi ha stabilito e attraverso personaggi che questi ha imposto e avallato.
I fatti attribuiti come crimini a Saddam Hussein non possono essere giudicati prescindendo dal contesto, ma vanno inseriti, per essere compresi e valutati oggettivamente, nel quadro dei problemi affrontati da uno Stato che perseguiva, con metodi necessariamente autoritari, una politica orientata in senso laico e progressista. Quella politica è stata liquidata, in nome di motivazioni economiche e geopolitiche tanto inconfessabili quanto palesi, dall’intervento militare dell’imperialismo e del colonialismo anglo-americani, che hanno fatto dell’Iraq terra bruciata. Perfino il segretario uscente delle Nazioni Unite, Kofi Annan (“”Corriere della Sera” e “Repubblica” del 5 dicembre 2006), ha riconosciuto, facendo un confronto fra la situazione precedente e quella attuale, che “la vita di un iracheno medio era migliore sotto Saddam Hussein”.
È dunque una mostruosità politica, giuridica e morale il fatto che, di fronte al crimine internazionale dell’aggressione perpetrata dai dirigenti degli Usa e della Gran Bretagna, sia proprio il capo del paese aggredito ad essere sottoposto a giudizio, e condannato a morte, attraverso un “tribunale” che è lo strumento di quelle stesse potenze che sono state ispiratrici e “complici” di Saddam Hussein in molte delle attività da questo poste in essere.
Saddam Hussein è una figura storica la cui azione, come quella di altre importanti personalità politiche, deve essere valutata non per questo o per quell’aspetto particolare, ma nella sua interezza. Aver promosso una resistenza efficace contro l’aggressione e l’invasione del suo paese e aver mantenuto un comportamento di grande dignità di fronte al “tribunale” illegittimo e illegale che lo ha condannato a morte sono i meriti che faranno di Saddam Hussein, non solo fra le masse arabe ma fra tutti coloro che aspirano all’indipendenza, all’uguaglianza e al progresso sociale di Stati e popoli, un martire della lotta contro l’imperialismo e il colonialismo.

Enea Bontempi

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