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Partito democratico, l’incognita Varese e provincia

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29 Giugno 2006

L’articolato percorso elettorale si completa con l’ultimo appuntamento referendario per fermare, con un NO “indegno” ma plebiscitario, il tentativo di intervento del centrodestra di modificare geneticamente la nostra Carta Costituzionale. E per difenderla quale “bene comune” fra i più importanti e più rappresentativi dell’identità nazionale.

Superato lo scoglio, però, sarà bene non adagiarsi sugli allori e ricominciare ben presto ad intensificare l’attività politica sul fronte della costruzione del Partito Democratico, che tra accelerazioni, messe in guardia, stimoli dalla base e perplessità degli apparati, ha bisogno di trovare nuovo vigore soprattutto nelle federazioni periferiche dei partiti interessati.

La sfida che abbiamo di fronte esige apporti qualitativi ed innovativi. Esige ben altro che mettere insieme col bilancino Ds e Margherita. Esige elasticità nei rapporti e flessibilità nelle rivendicazioni. Lo sottolinea con forza anche Giuliano Amato, ricordando a sua volta Maritain e la sfida della politica: “Esistono le comunità, che sono etniche, religiose, locali, ed esiste la società politica, nella quale queste comunità, senza perdere la loro identità, trovano i loro tratti comuni”.

Rigidità ed autoreferenzialità dei partiti hanno messo in evidenza quanto deboli si dimostrino le soluzioni proposte, allorquando ne risulta mortificata la partecipazione e come le scelte finali, sotto il velo del moderatismo, nascondano l’incapacità di riconoscersi in identità chiare e definite.

Abbiamo visto cosa è successo a Varese o a Milano per l’Unione e a Napoli per la Cdl. E’ vero, mirare alla vittoria in quelle realtà era arduo. Ma Conte, Ferrante e Malvano, hanno messo in gioco le loro personalità e le loro carriere. Lungi dall’imporre ai partiti le proprie candidature, sono stati, invece, i candidati scelti da partiti inceppati nelle loro periferiche conflittualità. E le esitazioni, i veti incrociati, le indecisioni nell’individuare un candidato unitario hanno fatto sì che alla fine si perdesse e si perdesse male.

Assodata l’urgente necessità di maggiore coraggio e migliore capacità di interpretazione delle aspettative degli elettori, magari dando impulso alle occasioni per coinvolgerli come cittadini, uomini e donne, protagonisti attivi delle comunità territoriali, proviamo a far tesoro degli errori e predisponiamoci a un maggior ascolto ed a un protagonismo più contenuto.

Fra meno di un anno a Varese e provincia si tornerà a votare per il rinnovo del governo della Provincia. L’occasione è propizia per l’Associazione per il Partito Democratico di dare un segno di concretezza nel contribuire ad individuare, in tempi strettissimi, il futuro Presidente. Fare in modo che si possa presentare con la sua proposta innovativa, la carica delle forze sostenitrici e davvero non solo come “candidato sfidante”. E farlo subito, non uno o due mesi prima di votare.

Qualche giorno fa, in una nota apparsa su “La Prealpina” (16 giugno) a firma Publio Aurelio Stazio si leggeva: “Io stesso in occasione delle elezioni amministrative, aprendo la scheda elettorale, ho avuto qualche difficoltà nel riconoscermi in un solo soggetto politico del Centrosinistra, e sono convinto che come me molti altri hanno avuto la stessa perplessità”.

Nei fatti il Partito Democratico è molto più avanti, più sentito e più auspicato che nelle tante discussioni teoriche e programmatiche degli addetti ai lavori. Esserne consapevoli ci aiuterà ad avere più coraggio. Questa volta proviamo con la pratica a formulare le teorie.

Antonio V. GELORMINI

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