Partito democratico, superare i personalismi
11 Luglio 2006
Ho letto con grande interesse l’intervento di Livio Frigoli a proposito di quella che sembra essere il lancio di una iniziativa costituente per il nuovo soggetto politico del Partito Democratico. Si tratta dell’inizio di un percorso irto di ostacoli, ma che credo possa infine portare i moderati a orientarsi nella maniera giusta, raccogliendo e sviluppando l’esigenza di rinnovamento che è oramai evidente nonché pronta a dare i suoi frutti in tutto il Paese.
Delle questioni sollevate da Frigoli, due in particolare mi hanno colpito.
La necessità di superare i personalismi sarà a mio giudizio una questione cruciale. Le strutture di partito hanno sempre una grossa difficoltà a mettersi in discussione. Io sono stato, a livello locale, segretario di un piccolo partito e posso portare l’esperienza di cosa vuol dire avere a che fare con persone disposte a qualunque cosa per conquistare uno sgabello, persino quando questo stesso sgabello ancora non esiste: mi posso dunque immaginare, se come credo tutto il modo è paese, quali attriti possano nascere e quali speculazioni possano venire fuori dal nulla pur di difendere gli interessi di apparati di partito consolidati come quelli che necessariamente dovranno non dico fondersi, in un primo momento, ma avviare un confronto serrato sui contenuti. E’ inutile negare, e già ve ne sono i segni, che nei DS questo processo è e sarà, particolarmente traumatizzante, con un reale rischio di rottura. Per questo, nel processo che si avvia sarà particolarmente importante il contributo degli individui e dei gruppi che vorranno agire con spirito romantico e disinteressato. Sono sicuro che esistono, non solo tra le “vecchie volpi”, personaggi in grado di agire da stimolo efficace perché capaci di dare un contributo privo di secondi fini. L’area costituente del PD dovrà chiedersi onestamente chi sono costoro ed avere la capacità di ascoltarli cercando una sintesi critica, ma lasciandosi orientare.
L’altra questione non da poco è quella del rapporto tra religione e politica. All’interno dell’area democratica vi sono ancora oggi due anime che di fronte a questioni cruciali come quelle della bioetica si troverebbero in seria difficoltà a trovare l’unità. Eppure queste stesse due anime hanno in comune i valori della solidarietà, della tolleranza, dello sviluppo economico nella direzione di una più equilibrata distribuzione della ricchezza: non è poco. Il rapporto tra religione e politica, che è la questione più spinosa, ha una sola via per trovare la sintesi. Ricominciare a vivere ed a fare la politica per quello che è, cioè fare cultura. La politica è un aspetto della vita culturale di una comunità e può dare buoni frutti solo se è vissuta – cito un concetto preso da un articolo di Camillo Massimo Fiori – come rielaborazione culturale. Le idee e le sintesi devono emergere da sè attraverso un confronto serrato senza pregiudiziali e senza imbarazzi. La questione del rapporto dell’uomo con Dio è evidente, tutti gli uomini cercano Dio, anche quelli che non lo sanno; ma sulle questioni cruciali bisognerà avere il coraggio di usare il pensiero forte, per evitare il compromesso ed andare invece “dentro” ai problemi: lì c’è la sintesi, lì c’è il riformismo del futuro. Che piaccia o no questo è un metodo marxista, anche se coniugato con un contesto sociale e politico che non ha lo stesso livello di conflittualità dei tempi di Engels o di Lenin.
Un papa come Benedetto, che ha fatto del pensiero forte la bandiera di una vita, ha tutto da guadagnare – e con lui tutti noi – se chi lo segue sarà costretto a tirare fuori il meglio di sé, impossibilitato a trincerarsi dietro a una spiritualità che, diciamolo, a volte non è autenticamente vissuta.
Gli uomini buoni ci sono, lei idee sulle quali iniziare un serio confronto anche, ed io devo dire che su queste basi non avrei nessuna difficoltà a farmi rappresentare da un cattolico.



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