Perchè diciamo no alla terza pista
18 Luglio 2005
Egregio Direttore,
dell’opportunità o meno di costruire una terza pista per l‘aeroporto di Malpensa se ne discute oramai da diversi anni, quello che si è sviluppato è però un dibattito falsato perché i sostenitori del progetto non dicono la verità, non hanno il coraggio di ammettere che il nuovo tracciato serve solo e unicamente ad aumentare la capacità dello scalo per portare il traffico passeggeri dagli attuali 18 milioni a 60 milioni l’anno e il traffico merci dalle attuali 300 mila tonnellate ad un milione e mezzo di tonnellate l’anno.
Sea e Regione Lombardia sostengono che la nuova pista permetterebbe di ridurre l’impatto acustico sui Comuni a nord dell’aeroporto perché gli aerei invece di decollare verso Somma, per poi deviare bruscamente in direzione sud-sud/ovest come fanno adesso, con il nuovo tracciato si dirigerebbero direttamente verso il Ticino in una zona, a loro dire, scarsamente urbanizzata e poco importante. Niente di più falso.
Se è vero che con la terza pista diminuisce la percentuale di decolli verso Somma è altrettanto vero che con la nuova rampa, che si affianca alle due esistenti, il numero complessivo dei voli aumenta per cui il risultato non cambia (se diminuisce la percentuale ma aumenta il valore assoluto il risultato è lo stesso) e i comuni a nord di Malpensa continueranno ad essere massacrati dalle rotte.
Con la terza pista si aprono invece nuovi scenari: Tornavento, che finora è stata risparmiata dalle rotte, sarà investita in pieno dagli aerei in fase di decollo e farà la fine di Case Nuove che si è ritrovata con le piste in casa; la Valle del Ticino sarà continuamente sorvolata dagli aerei a bassa quota con tutto ciò che ne consegue in termini d’alterazione del suo delicato equilibrio ecologico; infine il colpo di grazia: l’area del Gaggio, ultimo lembo di brughiera e polmone verde di Lonate, un’area di tre milioni di metri quadrati interamente boschiva, è destinata ad essere completamente spianata per fare posto alla nuova pista e ad un nuovo terminal.
Vediamo ora perché la terza pista è così importante, anzi determinante, per lo sviluppo di Malpensa.
L’area in cui sorge Malpensa è letteralmente incastrata tra il canale Villoresi ad ovest e i Comuni di Lonate e Ferno ad est, l’aeroporto si è potuto quindi sviluppare solo in lunghezza, per questo motivo le due piste sono perfettamente parallele e poco distanti fra loro, circa 800 metri; poiché tale distanza è inferiore ai 1000 metri previsti dalle normative di sicurezza europee, le due piste non possono essere utilizzate contemporaneamente, ma solo in maniera alternata, prima una e poi l’altra.
Inoltre, sempre per lo stesso motivo – la mancanza di spazio – l’aerostazione non è centrale tra le due piste ma è a lato della pista 2, per cui gli aerei che atterrano sulla pista 1 sono costretti ad attraversare la pista 2 per raggiungere il terminal, rallentando ulteriormente i movimenti.
Appare chiaro che in queste condizioni Malpensa mai e poi mai potrà raggiungere quei volumi di traffico previsti in funzione degli enormi investimenti in corso, al massimo potrà stabilizzarsi sugli attuali livelli che sono comunque, per noi, insostenibili.
Vorrei ora aggiungere un’altro elemento di riflessione per meglio comprendere come un’ideologia, quella capitalista, possa condizionare gli interessi economici e sociali di una nazione.
Trent’anni fa il nuovo aeroporto era stato pensato come strumento di supporto alle nostre esportazioni ma ora, tra la delocalizzazione delle attività produttive delle nostre aziende all’estero, fenomeno che si allarga a macchia d’olio sotto lo sguardo indifferente dei nostri Governi – siano essi di destra o di sinistra – e l’affacciarsi dei nuovi Paesi produttori che si apprestano ad invadere i nostri mercati con le loro merci a basso costo, la situazione si è letteralmente ribaltata. Malpensa sarà utilizzata non tanto per esportare le nostre merci quanto per importare e distribuire in tutta Europa i prodotti provenienti dai paesi emergenti (con buona pace di chi invoca misure protezionistiche contro l’invadenza cinese).
Le merci provenienti dai Paesi asiatici e destinati all’Europa, oltre che all’Italia, giungeranno a noi via mare, principalmente attraverso il porto di Genova, dove saranno caricate su tir e una volta raggiunta Malpensa le merci, dai computer ai pomodori, saranno stoccate in quelle immense distese di capannoni adibiti a magazzini (che occupano spazio ma non danno lavoro) che stanno sorgendo come funghi, che stanno letteralmente cementando il nostro territorio e che si aggiungono ai vari centri logistici come quello di Arese per essere poi smistate e, successivamente, trasbordate su aerei merci per essere inviate in tutta europa.
L’inquinamento quindi non verrà solo dall’alto, dagli aerei cargo che stracarichi di merce ammorberanno l’aria con il motore al massimo dei giri, ma anche dal basso, dai tir, che a centinaia e centinaia, giorno e notte solcheranno le nostre strade, anch’essi strapieni e molto inquinanti. Se consideriamo, inoltre, che la nostra zona è scarsamente interessata ai venti le conseguenze per la nostra salute sono facilmente intuibili.
Tutto questo per cosa? Per permettere a qualche imprenditore locale da fiuto buono e ad alcune multinazionali estere che hanno fatto man bassa di terreni per costruirvi grandi alberghi, mega parcheggi, centri commerciali, spazi logistici e quant’altro nel pieno del Parco del Ticino, di fare profitto a scapito della nostra salute e della nostra terra.
Opporsi alla terza pista non significa, pertanto, solo tutelare noi stessi e il nostro ambiente naturale dagli speculatori e da coloro che vedono in Malpensa solo opportunità d’impresa; significa, soprattutto, esprimere un no secco e deciso a chi, in nome del capitalismo – un’ideologia aberrante che stimola i peggiori istinti dell’uomo – intende sacrificarci sull’altare del libero mercato, della globalizzazione economica e della società multietnica.
Grazie per l’ospitalità e cordiali saluti.



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