Piero Chiara e Guido Morselli
8 Novembre 2006
Egregio direttore,
il fatto che Mauro Della Porta Raffo abbia conferito la palma di massimo narratore italiano del secondo Novecento a Piero Chiara lascia francamente perplessi.
Ricordo, a questo proposito, che qualche anno fa lo stesso giudice, in un articolo pubblicato da un giornale locale, ebbe a tracciare, sulla scorta dei ricordi personali di Piero Chiara, un ritratto scarsamente comprensivo e sostanzialmente derogatorio di un altro scrittore varesino: Guido Morselli. Mutuando accenti, stile e mentalità da quel cantore della provincia varesina che fu, per l’appunto, Piero Chiara, così rievocò la figura di Morselli: «Guido Morselli, che per me resta quello strano tipo, solitario e chiuso, spesso seduto ad uno dei tavolini del Caffè Zamberletti in corso Matteotti, apparentemente del tutto estraneo alla città, ai suoi accadimenti, ai suoi drammi e alle sue felicità».
In effetti, se si pongono a confronto la personalità di Chiara, improntata ad un dannunzianesimo goliardico e a un edonismo un po’ bovaristico, e quella di Morselli, in cui la riflessione filosofica sui grandi temi cosmici, storici ed esistenziali non va disgiunta – come riconosceva lo stesso Della Porta Raffo – da una sottile, corrosiva e irrisolta tensione di stampo teologale, non si potrebbe immaginare un’antitesi più netta sia di tipi umani e morali sia di interessi culturali e risultati letterari. Non meraviglia quindi che, come ricorda per altro il nostro giudice ultrasimpatizzante per Chiara e decisamente antipatizzante per Morselli, il primo non potesse proprio sopportare il secondo.
Tuttavia, pur senza detrarre al profilo allora tracciato la sua legittimità, sarà lecito, anche ad un semplice lettore quale lo scrivente, il ricordare che il grande romanzo, cui si deve l’appartenenza di Guido Morselli, come cittadino a pieno titolo e non come intruso da bandire o meteco mal tollerato, al territorio (e io direi anche al cànone) della letteratura italiana della seconda metà del Novecento, è “Il comunista”. Un testo straordinario che imposta, svolge e risolve, trasfondendolo senza residui nei personaggi di quel mondo sociale, politico e ideale, il problema etico-politico e filosofico del comunismo novecentesco; l’unico testo a cui si possa e si debba rinviare, secondo il mio modesto avviso, chiunque, fra i giovani e i meno giovani, intenda afferrare, grazie alla mediazione profonda, ad un tempo critica e simpatetica, offerta dall’autore, la portata storico-epocale che, nel secolo scorso, ebbe il comunismo inteso non soltanto come movimento della classe proletaria, ma altresì come concezione della natura, della storia e dell’uomo: movimento e concezione di cui, osservandoli con l’ottica di un pessimismo esistenzialistico ed essenzialmente tragico, un borghese colto e sensibile come Morselli seppe individuare, insieme, le interne aporie, le feconde virtualità e l’umana grandezza. Così, per porgere almeno un esempio della problematica che è l’asse di quel romanzo, si pensi all’attacco cardiaco che coglie il protagonista, il deputato comunista Ferranini, mentre questi si trova, durante una notte in cui infuria una tempesta di ‘blizzard’, in una cabina telefonica dove sta cercando di mettersi in contatto con una donna americana da lui amata e poi perduta: un episodio che, riletto oggi, assume una pregnanza sorprendente per il complesso di significati di cui ci appare gravido.
Ma allora, se si volesse riprendere il parallelo delineato da Della Porta Raffo, sarebbe fin troppo facile contrapporre al successo, forse effimero, che ebbe Chiara nel corso della sua attività letteraria, il riconoscimento postumo, certamente tardivo ma non arbitrario, che è toccato a Morselli. Per quanto mi riguarda, sono convinto che “Il comunista”, da solo, vale per lo meno tutta la produzione di Chiara.



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