Populismo e nazifascismo: dalla simbiosi alla sinergia
23 Giugno 2005
Egregio direttore,
I recenti fatti accaduti nella nostra provincia – l’uccisione di un giovane da parte di un immigrato albanese, il tentativo di linciaggio degli immigrati albanesi messo in opera, con modalità assai simili a quelle che contraddistinguono movimenti razzisti come il Ku Klux Klan, da gruppi organizzati della destra nazifascista, la manifestazione eversiva inscenata da questi ultimi a Varese, nonché la copertura e l’appoggio ricevuti da militanti ed esponenti della Lega – spingono a riflettere sulla reale natura di tale forza politica, giustamente definita da Gianmarco Martignoni come formazione di estrema destra.
In primo luogo, occorre osservare che la circostanza per cui la Lega rappresenta anche una contraddizione interna al blocco dominante non riduce, ma anzi rende ancora più dirompente, la generale tendenza reazionaria di cui essa è una caratteristica espressione. A livello strutturale, il leghismo s’inscrive infatti nella dinamica dello sviluppo imperialistico, per cui alla costituzione di un mercato mondiale si accompagnano, per il carattere anarchico e organicamente ineguale dello sviluppo, per il divario che continuamente si riproduce e si aggrava fra metropoli e periferia, fra zone sviluppate e zone sottosviluppate (a livello delle regioni, degli Stati, dei continenti e del mondo intero), processi di ristrutturazione sia dell’economia sia degli stessi rapporti territoriali e sociopolitici, che, ripercuotendosi a livello sovrastrutturale, pongono in crisi lo Stato nazionale di origine ottocentesca e producono pulsioni secessioniste.
In secondo luogo, la ricognizione delle specifico terreno nazionale e della specifica congiuntura politico-ideologica in cui tali fenomeni s’inseriscono ci mostra con chiarezza che il leghismo è la conseguenza di una crisi organica della egemonia del blocco capitalistico italiano, costruito sull’intreccio fra rendita e profitto, fra accumulazione legale e illegale, fra alti livellì di produttività ed alti livelli di parassitismo (essendo per altro gli uni funzionali agli altri). Questo intreccio è oggi seriamente colpito e dilacerato da acuti conflitti che vedono contrapporsi l’una all’altra le diverse frazioni della borghesia italiana – ma essenzialmente quella industriale e quella finanziaria – rispetto ai nodi cruciali dello sviluppo del capitalismo e della ripartizione territoriale del plusvalore estorto ai lavoratori salariati: dai problemi del controllo dei flussi della spesa pubblica e della struttura del prelievo fiscale ai problemi del mercato del lavoro, dell’immigrazione straniera e della gestione degli apparati statali e dei servizi sociali, i contrasti sono divenuti sempre più aspri ed estesi per ìl sommarsi della crisi dei compromessi attuati nel passato (il cui frutto più amaro è costituito dalla mai risolta questione meridionale) alla difficoltà di realizzare nuovi equilibri che consentano ad un capitalismo non meno rachitico che predatorio, cui è stato sottratto il narcotico della svalutazione monetaria, quale è quello italiano della piccola e media impresa, un capitalismo sempre più stretto nella morsa della recessione economica e dei vincoli finanziari imposti dalla Unione Europea, di reggere la competizione nell’ambito dei meccanismi concorrenziali del mercato continentale e mondiale e di fronteggiare l’ascesa dei giganti asiatici (Cina e India).
Accade così che l’ironia della storia riproponga l’estrema destra non più sotto il sembiante del nazionalismo, ma sotto quello di un secessionismo ricco di coloriture populistiche e razzistiche. Per parafrasare un’icastica espressione della Terza Internazionale, il leghismo è il cerchio di ferro con cui una frazione della classi dominanti (quella che oggi detiene la direzione del potere governativo) si sforza di tenere assieme la botte sfasciata dell’‘imperialismo straccione’. Sul piano politico-culturale, il declino della capacità egemonica della borghesia (che gli appelli retorici del ciampismo non bastano a sanare) si esprime perciò nella duplice crisi derivante per un verso dalla desolidarizzazione borghese, che ha alimentato il revanscismo localistico delle aree più ricche del nostro Paese, e per un altro verso dalla desolidarizzazione proletaria, che ha fornito al movimento leghista – che non è solo un fenomeno di opinione e che non fa parte di un processo di breve durata – le basi di massa.
Se non è dunque difficile riconoscere che la sostanza del fenomeno esaminato è quella tipica di un movimento aggressivo di ceti plutocratici, sostenuto da vasti consensi territoriali, originati, oltre che dallo spostamento dei settori più retrivi dell’area clerico-fascista, dalla decomposizione politica e ideale dell’area riformista, non è meno agevole riconoscere, dietro le maschere dell’autonomismo federalista e della protesta antifiscale, il volto di uno schieramento composto da ceti tanto economicamente abbienti quanto politicamente e ideologicamente primitivi (come dimostra ad esempio il tentativo di appropriarsi le dottrine di Carlo Cattaneo, che è operazione degna di rigattieri della cultura). Sostanza e volto definiscono quindi i contorni di un nuovo sovversivismo delle classi dominanti, alimentato da quegli elementi della vecchia e nuova piccola borghesia, che hanno trovato il loro momento di protagonismo nello svolgere la funzione di cerniera tra sfruttati e sfruttatori: funzione che consiste nel mettere la rabbia dei primi al servizio dei secondi, convogliandola nell’alveo di un populismo reazionario e stralunato, intriso di subcultura gregaristico-localistica e proteso a definirsi in forme di solidarietà fittizia, alienata e “sezionale”, riducendo i diversi ad estranei e gli estranei a nemici, assimilando senza unire e differenziando senza diversificare (che sono poi altrettanti modi della “logica” folle e spettrale dell’egoismo tardocapitalistico).
Orbene, non può stupire, se si è seguito il filo dell’argomentazione, il fatto che la simbiosi fra il populismo reazionario della Lega e l’ideologia razzista e autoritaria del neofascismo si vada trasformando in sinergia attiva e operante, come i fatti di Varese hanno dimostrato. La risposta delle forze popolari, democratiche e progressiste a questa sinergia – penso, in particolare, ai sindacati confederali, alle associazioni ricreative, ai partiti antifascisti e alle amministrazioni dirette da tali forze – deve allora esplicarsi su tre piani: un approfondimento analitico della costellazione economico-sociale, politico-istituzionale e ideologico-culturale in cui il leghismo s’inserisce; la mobilitazione pacifica e di massa per la difesa della legalità democratica, poiché non è tollerabile che sul nostro territorio si svolgano manifestazioni nelle quali, violando la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, si fa apologia del fascismo; l’azione culturale nelle scuole e nel territorio intorno ai temi dell’uguaglianza, del rifiuto di ogni forma di razzismo e discriminazione, della democrazia progressiva e della centralità dei lavoratori.



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