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Preferirei di no

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16 Gennaio 2008

Caro Direttore,

“Preferirei di no” era l’irresistibile ed invincibile tormentone del mite scrivano Bartleby di Melville. Ed è il titolo dello splendido libro di Giorgio Boatti che ricorda la vita dei 12 professori universitari (sui 1.250 in forza nel territorio nazionale) che, nel 1931, rifiutarono di prestare giuramente di fedeltà al fascismo. Pagando, e a caro prezzo, la loro scelta di libertà intellettuale ed accademica. Lo consiglio a molti lettori che, oggi, “si vergognano di essere italiani”. Che vuota frase fatta.

Pare che non c’entri nulla ma io vedo – in questo “ preferirei di no ” – una forte assonanza con la presa di posizione di Cini, Parisi, ecc. Una sessantina di professori, senza potere né autorità di veto , hanno osato dire “ preferirei di no ” ad un’iniziativa rispetto alla cui opportunità nutrivano, credo legittimamente, delle forti e (sia pure, come tutto, discutibilmente) fondate riserve: riserve sul piano etico, filosofico, politico, storico. Si sono limitati a dire “ preferirei di no ”. Non hanno rischiato – come quei dodici – il posto di lavoro, la fine dei loro programmi di di ricerca, la distruzione di una vita: ma qualcosa, occorre riconoscerlo, hanno certamente rischiato.

Hanno rischiato – con il loro legittimo dubbio – la contraddizione e l’anacronismo con uno spirito del tempo nel quale l’assenso generalizzato ha cessato di tracciare i contorni di sinistra e destra, di fede e ragione, di razionalità e irrazionalismo, di tolleranza e di intolleranza. Un tempo smemorato, il nostro, nel quale l’evoluzione dovrebbe passeggiare in centro con la creazione, il dubbio pranzare con la fede, la ricerca danzare con il dogma e – perché no? – passare la nottata con l’astrologia mentre la matematica folleggia con la Prova Ontologica dell’esistenza di Dio. Tutti si dovrebbero condurre come i due personaggi manzoniani alla mensa di Don Rodrigo: “ due convitati oscuri, de’ quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse ”.

La quasi unanimità nello strillo, nello sdegno, nella condanna, nella denuncia dell’“intolleranza di quattro professori” non sono altro che l’altra faccia della medaglia della quiescenza e del laissez-faire , di una reale e diffusa intolleranza della maggioranza, che sull’altare dell’“Autorità Morale” e del bon ton, o di quella cosa agghiacciante che è il politically correct , giunge a sacrificare qualsiasi civile dissenso. Che – anche nel torto – ha il diritto di esprimersi. E’ questo diritto che pare venire mediaticamente e politicamente negato: il diritto di dire, più o meno timidamente, “ preferirei di no ”.

E così, tra Sofri e Ferrara, tra Galli Della Loggia e Cacciari si viene consumando l’incubo ad occhi aperti di una comunità che “china il capo, sorride e approva” perdendo la capacità di indignarsi, di opporsi, di dubitare, anche di credere e di pregare: sino al prossimo “ sì ”. Questa volta, come nel 1931, obbligatorio.

A.G.

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