Quello dei Vanzina non è cinema
16 Dicembre 2006
Caro direttore, ancora frastornato dalla visione di “Olè” dei fratelli Vanzina, tremendo al di là di ogni previsione, cerco di riflettere su tutta la polemica che ne ha accompagnato l’uscita in sala. Ricapitolando: quattro deputati dell’Unione chiedono alla Rai di non trasmettere i trailer del film in quanto “volgari e diseducativi”. La destra, in particolare i suoi gazzettieri, coglie la palla al balzo e rinvigorisce uno dei soliti cavalli di battaglia, quello dell’equazione sinistra=intellettuali rimbrottanti. Con qualche eccezione di rilievo, tipo Diliberto che in tempi non sospetti, quando cioé sedeva sullo scranno di via Arenula, sostenne di preferire Fulci ad Antonioni e Boldi a Mastroianni. L’immagine che ne viene fuori è più o meno questa: per la sinistra cinema come noia, per la destra cinema popolare, come appunto sarebbero i cinepanettoni. Stando ai fatti – la demente protesta dei deputati dell’Unione – ha ragione la destra. C’è però un “ma” grosso come una casa. Quello dei Vanzina e del loro principale erede Neri Parenti, che ha raccolto il testimone delle Vacanze di Natale sotto il rigido controllo di Aurelio De Laurentiis, non è cinema popolare. A meno che a questo termine – di per sé privo di connotazione ideologica – non si voglia dare un’accezione meramente contabile o statistica (del tipo: è popolare ciò che piace ai più). Se invece lo si considera come la forma di narrazione trasparente (cioè da tutti comprensibile) delle esperienze, dei valori, dei bisogni e financo delle superstizioni e delle miserie di una comunità nazionale, di un popolo appunto, allora quello dei fratelli Vanzina non c’entra o meglio ne rappresenta l’aspetto peggiore e più superficiale. Il loro splendido babbo Steno, e a maggior ragione Risi, Monicelli e Fulci, erano maestri di questa narrazione perché sapevano essere un tramite tra le esperienze delle persone e il racconto. Questo rapporto diretto non esiste più perché qualcosa lo ha spezzato. I Vanzina e Parenti non fanno che riprodurre al cinema, di fatto assassinandolo, la versione becera che di queste esperienze ha fatto e sta facendo la televisione. Gli esempi si sprecano e sono lì da vedere, ma ne ricordo uno agghiacciante. In Natale sul Nilo, il cinepanettone del 2002, non c’è differenza estetica tra una scena ambientata in una trasmissione della De Filippi e il resto del film. Stessi toni, stessa “recitazione”, stessi stacchetti, stessi “tempi” degli sketch, per non parlare dei trailer che hanno la stessa musica delle pubblicità dei cellulari di cui gli attori protagonisti sono spesso testimonial… Questo è cinema?



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