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Ragione, fede e felicità

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2 Settembre 2005

Egregio direttore,

molto opportunamente gli organizzatori hanno scelto di incardinare la festa di VareseNews sul tema della felicità, ritenendo che tale tema fosse il più acconcio sia per onorare la memoria, fra gli altri, di intellettuali di tendenza materialistica come Chicco Gallina sia per intervenire su una congiuntura ideologico-culturale pesantemente ipotecata dagli orientamenti neoguelfi e piononistici della chiesa cattolica e dei suoi reggicoda politici e mediatici. La scelta merita di essere tanto più apprezzata quanto più è dato registrare, nella congiuntura attuale, che le ottimistiche e unilineari previsioni di marca positivistica sullo spazio operativo del prete destinato a ridursi parallelamente all’accrescersi dello spazio operativo dello scienziato sono state sostituite, in una società che produce reificazione ed è satura di alienazione, da un crescente bisogno di religione, bisogno, quest’ultimo, che si esprime non tanto come ricerca spirituale più o meno oppiacea (anch’essa posta, quindi, sotto il segno della alienazione e della reificazione, di cui costituisce un semplice complemento) quanto come vincolo identitario e come arma ideologica funzionale al ‘clash of civilizations’.
Ribadire, di fronte al dilagare di culti fondamentalistici e all’uso politico della religione come ‘instrumentum regni’, la superiorità intellettuale e morale dell’ateismo significa dunque non solo riproporre la lezione filosofica del materialismo, il cui centro di gravità – non lo si dimentichi – è costituito, sul piano ontologico, dall’individuo, su quello gnoseologico dalla sensibilità e, su quello etico, dalla ricerca della felicità, ma riaffermare altresì che l’ateismo è la premessa ineludibile di ogni autentico processo di liberazione umana.
Può essere allora opportuno, per dissipare le cortine fumogene innalzate attorno al rapporto tra fede e ragione da chi ha la pretesa di riportare la ragione umana sotto le dande (e sotto la fèrula) della chiesa, precisare: 1) che, se la ragione ha bisogno della fede, è della fede in se stessa che ha bisogno, ossia di una fede laica che la trasformi nella passione più potente dell’uomo; 2) che per la filosofia non il sacro è vero, ma il vero è sacro, motivo per cui esigere che una filosofia sia cristiana non solo comporta che il sostantivo vanifichi l’aggettivo (e viceversa), ma non ha inoltre maggior senso che esigere una fisica o una matematica cristiana; 3) che dove la religione è in contraddizione con gli interessi morali e materiali dell’uomo, qui l’uomo si trova in uno stato di radicale immoralità, ossia nello stato dell’ipocrisia; 4) che, se è vero che la filosofia deve dare risposta ai problemi del male e della sofferenza, nonché alla domanda sul senso della vita, il vero liberatore dell’umanità è stato Epicuro, il quale con il quadrifàrmaco ha insegnato che non bisogna aver paura degli dèi (gli dèi sono indifferenti al destino degli uomini), che il dolore si può sopportare (infatti, se è forte è di breve durata, se è lungo è tollerabile), che la morte non è da temere (giacché, quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte) e che il piacere (inteso come assenza di dolore) si può facilmente raggiungere; 5) che le verità, cui l’uomo può giungere, sono relative, ma non per questo cessano di essere oggettive (e che questa è l’essenza dell’ultima e più alta forma di materialismo elaborata dal pensiero umano, che è, per l’appunto, quella storica e dialettica); 6) che ciò che distingue il selvaggio dall’uomo civile è proprio la capacità, che appartiene a quest’ultimo, di battersi per sostenere e affermare le proprie idee, pur sapendo che esse non hanno un valore assoluto, ma soltanto relativo.

Eros Barone

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