Referendum, la questione in gioco è l’embrione
31 Maggio 2005
Gentile Direttore,
visto il contenuto di molti interventi a sostegno del “SI” che ho avuto modo di leggere (non solo sul suo giornale), la prima cosa che mi preme fare è ribadire il fatto che il centro della questione non è il (presunto) blocco della ricerca scientifica e non è neanche il dibattito sul diritto o meno di una coppia di poter avere dei figli nè tantomeno la discussione sul fatto se sia giusto o sbagliato astenersi; il centro della questione è senza dubbio l’EMBRIONE.
Tale parola non viene mai pronunciata, ho l’impressione che si cerchi di nasconderla sotto il tappeto, si cerca, anche nel linguaggio, di selezionarli, di scartarli e buttarli nel lavandino. I sostenitori del “SI” parlano di libertà di ricerca scientifica, parlano di alleviare le sofferenze delle donne, parlano di tutto ma non del contenuto, della sostanza. Spesso dicendo cose deformate, forzando in modo propagandistico la loro battaglia (per esempio non è vero che la legge 40 non consente la fecondazione medicalmente assistita). Parlano molto dell’astensione: sembra che si debba votare se gli italiani hanno diritto o no di astenersi al referendum (ma, scusate, c’è un contenuto! E non è, ribadisco, l’astensione); ricordo poi, a chi pensa che non andare a votare denoti scarso senso civico, che non è lo Stato a chiamare alle urne, ma sono i firmatari del referendum e sono dunque loro che devono dimostrare di aver avuto ragione nell’usare lo strumento referendario e devono dimostrare che sono capaci di convincere una maggioranza degli italiani ad andare a votare ed eventualmente anche in loro favore.
Io a votare non ci andrò perchè credo che il dovere della scienza sia di curare la gente, non deve dire che per curare alcuni se ne devono ammazzare altri. Non serve la filosofia morale o la religione, basta l’intuizione laica, ovvia.
Se io creo in vitro un bambino che abbia tessuti sani e compatibili con un altro bambino; se lo creo con la cura che gli destino, con il destino di bambino farmaco che gli attribuisco, lo devo selezionare tra dieci singoli embrioni; devo andare a cercare quello giusto, il bambino giusto, e quelli sbagliati via! Se io faccio questo elimino molte vite, molte possibilità di vita, molti progetti di vita. Creo una vita con una modalità disumana, nonostante l’amore che ci metto e la bellezza delle mie intenzioni.
Si discuta di ciò di cui si deve discutere: c’è una legge, che cerca di fare in modo, con molte autorizzazioni e con alcuni sacrosanti divieti, che la fecondazione medicalmente assistita sia la fecondazione medicalmente assistita e non qualcos’altro.
Se io creo – e sbaglio la parola apposta – una “cosa”, delle cellule, con una tecnica per avvalermi della quale ho bisogno di un uovo di donna e di un seme di maschio, se la creo per impiantarla, perché si sviluppi, perché si annidi in un utero femminile, perché si nutra, perché crei intorno a sé una placenta, perché diventi feto, perché arrivi ad avere non solo la struttura cromosomica che l’embrione ha dall’inizio, ma anche il sistema nervoso e tutto il resto; se faccio tutto questo perché prenda forma, perché cresca per nove mesi nel seno di una donna, e perché alla fine nasca, poiché l’uomo è anche e soprattutto storia, proviamo a tornare indietro a nove mesi prima, usciamo – perché la tecnica ce lo permette – dal corpo della donna a prima dell’impianto, guardiamo in un microscopio questa “cosa invisibile”, debole, esposta al primo vento, e siamo costretti a riconoscere che è il principio, il crisma, il senso e il significato di tutto l’essere umano successivo. è un uomo; è una donna; è ciò che diventerà un feto e un bambino; lo è perché la nostra ragione ci dice che lo è. Perfino con la nostra sola intuizione, una ragione che non deve neanche dedurre o costruire dal fatto, una ragione volontaria, dobbiamo riconoscere che l’abbiamo creata apposta quella “cosa” – e sbaglio di nuovo volutamene il nome – quella “cosa” l’abbiamo costruita perché sia non solo vita, astrazione, ma una vita individuale, unica, irripetibile e singola, cioè un essere umano.
Concludo con un appunto riguardante la lettera della giovane coppia cattolica che è ospitata nel vostro sito: Che senso ha professare una cosa (la fede) che non si ritiene innanzitutto carica di ragionevolezza? Che cosa resta di una fede che non centra con le scelte che tutti i giorni la vita ci pone davanti?
Cordiali saluti,



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