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Revisionismo e verità storica

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5 Novembre 2005

Egregio direttore,
capita purtroppo sempre più spesso che delle argomentazioni, che non pretendono di essere verità assolute ma che si fondano comunque su dei dati di fatto che sono ormai accertati e pacificamente accettati dalla maggioranza degli storici, siano poi oggetto di repliche volgari, infarcite di luoghi comuni, in ogni caso inutili ai fini di un dibattito costruttivo.

Questo è un peccato, perché in questo modo si fa veramente poca strada
Continuo quindi a chiedermi perché non si scelga invece di cercare di ragionare sulle cose, sui fatti, sulle idee, seguendo un percorso corretto di analisi storica, anziché ricorrere a contumelie inutili e, spesso, fuori bersaglio.

A me sembra che la strada giusta sia quella coraggiosamente intrapresa dalla nuova Giunta  di centro-sinistra di Samarate.
E’ la strada di chi, rifiutando le strumentalizzazioni di parte, cerca di riflettere con serietà e responsabilità su un periodo buio della nostra storia.
Senza nessuna paura della verità, come giustamente ha sottolineato Emilio Pacioretti, ma, al contrario, ricercandola tenacemente in quell’ottica di giustizia che è la base indispensabile per ogni discorso sulla tolleranza e la pacificazione.
Perché è indubbiamente vero che certi avvenimenti storici non possono essere letti con gli occhi di oggi, e vanno analizzata alla luce di situazioni e sentimenti del momento.
Ma è d’altra incontestabile l’esistenza di valori, di princìpi, che sono – ed erano – assolutamente irrinunciabili.
L’uccisione di uomini, a guerra finita e senza un regolare processo, ha un solo nome: assassinio.
E la ricerca storica, in merito a ciascun episodio, potrà poi forse anche trovare delle motivazioni – che andranno valutate – ma non, sicuramente delle giustificazioni.

Tutto questo va fatto, così come è avvenuto, e deve continuare ad avvenire, per le atrocità e i crimini perpetrati dai fascisti.
Anche di quelli, e sono tanti anche nella nostra zona, che sono sfuggiti al giudizio della legge grazie a provvedimenti di amnistia che erano, allora, forse necessari ma che restano, indubbiamente, ingiusti.

Tutto questo va fatto, lo ripeto, con spirito costruttivo e nel rispetto delle verità storiche.
Ma non dimenticando comunque mai che, se oggi questo noi possiamo fare in un clima di libertà e democrazia, noi lo dobbiamo proprio a chi si è sacrificato nella lotta contro la dittatura.

Per questo non posso in ogni caso accettare – né passare sotto silenzio – il passo più infelice della volgare replica di cui sono stato oggetto, là dove il mio interlocutore ha scritto “Voi continuatela a chiamare liberazione (da chi, non ci è ancora dato saperlo)”.

Per rispondere, non posso che ripetere quanto ho già scritto: “la Guerra di Liberazione è stato l’ultimo atto del nostro Risorgimento perché solo il 25 aprile del 1945 la Nazione Italiana ha potuto dirsi libera dall’ultima e dalla più odiosa delle schiavitù: quella che l’aveva privata dei più elementari diritti civili e politici, quella delle atroci leggi razziali, quella che l’aveva portata ad una arrogante guerra di aggressione, quella che aveva aperto le porte all’occupazione nazista e alle sue efferatezze culminate nei campi di sterminio”.
 
Per questo io continuo quindi a chiamarla, con riconoscenza per chi l’ha combattuta, “Guerra di Liberazione, ultimo atto del nostro Risorgimento”.
E, lo ripeto ancora una volta, io continuo a pensare che solo da questa consapevolezza possa nascere un credibile percorso verso la riconciliazione.

Un fraterno saluto

Angelo Bruno Protasoni, Associazione Mazziniana Italiana

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