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Riflessioni su tagli ed evasione fiscale

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30 Ottobre 2006

Caro Direttore,

da “fisco Oggi” (rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate) abbiamo appreso che ogni italiana/o, neonata/o o pensionata/o compresi, contribuisce con 2.000 euro alle rendite degli evasori fiscali, ma l’impatto politico-economico-sociale di questa notizia viene soffocato dalle grida di chi chiede di non vedere toccati propri interessi proponendo in cambio tagli draconiani del debito pubblico e in breve tempo e lo fa utilizzando anche il “declassamento” del sistema Italia annunciato da alcune agenzie di rating, evocando cadute economiche per colpa dell’aumenti degli interessi sul denaro.

Tralasciando come di questi annunci se ne siano sentiti molti, mi sembra corretto sottolineare come sia veramente difficile dare per scontato un rialzo dei tassi, che non é avvenuto, e quindi un danno generale all’economia. Infatti perché un tale effetto avvenga sulla spinta degli annunci di queste agenzie, lo spostamento degli investimenti dovrebbe essere molto elevato e dovrebbe portare gli stessi fuori dall’area dell’euro e per realizzarsi avrebbe bisogno che i titoli italiani fossero “a breve”, mentre sono in modo preponderante a lungo termine. Il “declassamento” non porta frecce all’arco della propaganda del centrodestra e nemmeno ai sostenitori della politica dell’abbattimento costi-quel-che-costi, in termini sociali, del rapporto debito/pil. Al contrario, esiste la possibilità che tagli indiscriminati o automatici alla spesa esercitino una spinta all’aumento dei tassi di interesse, determinato dalla aspettativa di una riduzione della crescita italiana e quindi della remunerazione degli investimenti stessi.
Ma il declassamento viene usato a sostegno della richiesta di tagli alla spesa pubblica, richiesta molto enfatizzata da fior di categorie in fama di evasione fiscale…, che temono di vedersi chiedere conto di anni di evasione ed elusione fiscale.

Uno degli argomenti utilizzati per richiedere nuovi tagli é l’improduttività della spesa pubblica, l’esistenza di sprechi. Se con sprechi si intende l’uso eccessivo di risorse in rapporto ai risultati o risultati inferiori a parità di risorse impegnate, questo è probabilmente vero, ma questo problema non si risolve con una politica di tagli: risorse minori darebbero risultati ancora minori. Semmai occorre valutare il come e per cosa si spendono queste risorse e non solo da parte statale. Siamo sicuri che le stesse risorse che si investono nel sistema sanitario lombardo, pieno di opportunità per i privati, non darebbero maggiori risultati se investite solo in un sistema sanitario pubblico sottratto all’uso delle clientele politiche e con un ampia possibilità di controllo e partecipazione ad opera dell’utenza? E lo stesso esempio non potremmo farlo anche per il settore scolastico o quello dei servizi sociali a domanda individuale? Insistere su una politica di tagli, peraltro in corso da anni, significa ragionare solo sui vincoli da porre alla spesa senza aver prima definito a cosa la spesa deve essere orientata: prima occorre decidere che cosa si vuole che diventino o che continuino ad essere gli istituti del welfare pubblico e poi, scelti gli obiettivi che si vogliono raggiungere, si può discutere di quanto e come spendere per rendere produttivo (nel senso di capace di raggiungere l’obiettivo prefissato) l’investimento economico. Per continuare nell’esempio sulla sanità, é stupido discutere di quanto si spende in prevenzione a partire dalla spesa attuale e da vincoli di bilancio: prima dobbiamo decidere se vogliamo lavorare sulla prevenzione e poi dovremmo valutare quante risorse servono per raggiungere l’obiettivo, sapendo che il raggiungimento di un obiettivo di prevenzione riduce il risorso alla medicalizzazione e quindi riduce la necessità di risorse su quel lato del sistema sanitario. O, per fare un altro esempio, se decidessimo di investire e molto sulla tutela dell’ambiente, del territorio, vedremmo drasticamente ridotti gli oneri per porre rimedio alle calamità, che continuiamo a definire naturali, ma che tali non sono più da tempo, ed aumentato il livello di benessere collettivo, che é un fattore non indifferente quando si tratta di attrarre risorse. Davvero qualcuno pensa che il “mercato” sarebbe in grado di soddisfare queste necessità meglio e più di quanto potrebbe farlo l’azione pubblica? Basta avere a che fare con i settori “privatizzati a tutti i costi” per avere la risposta!

Vi é poi un secondo problema che deve determinare le scelte di politica economica da parte di un governo, ossia l’esigenza di redistribuzione del reddito verso i livelli inferiori della piramide sociale, dopo anni di politiche contrarie. In questo senso una collettività può e deve destinare una parte di spesa “improduttiva” a tale scopo, sapendo che una sua riduzione colpirebbe quelli che sono definiti “consumi popolari”, se riducessimo i quali, essendo gli stessi orientati prevalentemente a beni di produzione nazionale, che non concorrono a peggiorare la bilancia commerciale, ma sono determinanti per molti settori economici, assesteremmo un altro colpo al sistema economico italiano. La modulazione di imposte e tariffe, la spesa “assistenziale” e di sostegno ai redditi, rappresenta un onere di cui il pubblico si fa correttamente carico per sostenere indirettamente anche quei settori privati, quel cosiddetto ceto medio, che a gran voce richiedono che venga tagliato il ramo sui cui siedono loro per primi. Occorrerebbe avere cultura e senso di responsabilità politica ed anche etica, trattandosi si una discussione sulle forme del pubblico, per ammettere che le riforme utili alla crescita per realizzarsi hanno bisogno di tempo, risorse e capacità di direzione, quella stessa capacità che il precedente governo non ha assolutamente avuto. Insistere solo su una politica di abbattimento del rapporto debito/pil non fornisce né tempo né risorse e mette in discussione la capacità di direzione politica. Al contrario la scelta di stabilizzare il debito, accompagnata da una forte lotta all’evasione, consente di destinare risorse allo sviluppo e alla redistribuizione della ricchezza prodotta, rilanciando contemporaneamente un forte intervento pubblico ove la preminenza di interessi sociali o la carenza di risorse private lo renda necessario. Oltre agli esempi fatti prima, basta pensare ad ambiti come la ricerca piuttosto che a quelli che sono definiti beni comuni, come l’acqua o l’energia, o basta ragionare più globalmente di quanto siamo abituati a fare per renderci conto di quanto intervento pubblico sia necessario per gestire positivamente le nuove situazioni di mobilità mondiale delle popolazioni o per porre rimedio ad lustri di distruzione planetaria indotti dalla ricerca esasperata del profitto di pochi.

Anche nella discussione sulla finanziaria si confrontano il pensiero più orientato ai tagli e quello orientato alla stabilizzazione e, anche con questa finanziaria si sta cercando di dire che la difesa e la crescita dei redditi deve venire prima della difesa delle rendite, che i redditi non si difendono senza equità, che il pubblico é uno degli strumenti principali per realizzarla. Anche con questa finanziaria si sta cercando di far sì che questo non sia più il paese dei furbi, tantomeno al governo. Anche con questa finanziaria si sta cercando di ricordare a “lor signori” e a tutti noi che lo scandalo é evadere le tasse, mentre una maggiore e progressiva equità fiscale rappresenta la norma di ogni paese democratico e civile, anche liberale se così qualcuno lo preferisce.
Tutti abbiamo il diritto di manifestare le nostre opinioni e difendere i nostri interessi, anche scendendo in piazza, ma quando si manifesta per difendere privilegi e/o immunità é difficile essere credibili o proporsi come classe dirigente, come rappresentanti del “vero” bene comune.

Angelo Zappoli - Cons. Com. Rifondazione Comunista

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