Si vuole costruire lo stereotipo dell’impiegato pubblico fannullone?
13 Novembre 2006
Caro Direttore,
Con regolarità strategica commentatori e media propongono il tema del “dolce far niente” del dipendente pubblico, apostrofato come fannullone, assenteista, impreparato persino a svolgere il proprio compito. Tale regolarità fa pensare, più che a un pregiudizio consolidato, al tentativo di creare uno stereotipo; d’altra parte i luoghi comuni si costruiscono anche così: a furia di ripeterli, le opinioni diventano fatti veri. Quel che è probabilmente vero è che nei decenni passati diverse assunzioni nella Pubblica Amministrazione erano “indirizzate” da lobby politiche ed economiche secondo la cattiva usanza un posto di lavoro in cambio di voti, fenomeno diminuito ma ancora in uso in alcuni enti anche al nord (e sarebbe utile andare ad indagare per esempio il numero di supporter a specifici partiti in alcune ex municipalizzate del nostro territorio). Come è vero che sono le medesime lobby, con nome spesso diverso ma con uguali dirigenti, ad accusare oggi i lavoratori del pubblico impiego di lavorare poco. Ma è davvero così? In realtà i lavoratori del pubblico sono in costante di munizione, giacché vincoli di bilancio e scelte politiche fanno sì che il personale che va in pensione non viene più sostituito. Ciò produce un aumento dei carichi di lavoro, dei compiti da svolgere a parità di tempo e con stipendi che costantemente perdono potere d’acquisto. Gli insufficienti nuovi assunti sono per lo più precari; i servizi vengono appaltati e privatizzati, senza beneficio alcuno né per gli utenti divenuti clienti se non per l’acquisito diritto (proprio perché clienti) di pagare i servizi con tariffe sempre più elevate, né per i lavoratori che perdono diritti e salario e neppure per la Pubblica Amministrazione che perde il controllo su funzioni sociali spesso essenziali ai propri cittadini in cambio di aumenti di spesa (come è ben deducibile dai bilanci pubblici).
Ma allora perché questa campagna contro i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego? Da tempo gli imprenditori cercano di mantenersi competitivi aumentando i propri profitti agendo sulla diminuzione del costo del lavoro. Cioè riducono salari, diritti, interventi per la sicurezza. Chiedono di potere licenziare come e quando vogliono come strumento di ricatto, come pistola puntata alla tempia del lavoratore per costringerlo ad accettare qualunque condizione di lavoro, anche se rischiosa per la propria salute e sicurezza, qualunque orario e qualunque stipendio anche se impedisce di avere una vita dignitosa. E allora avere una parte del mondo del lavoro, seppure ormai minoritario, che ancora può esigere il rispetto di alcune leggi e di alcuni diritti, diventa un cattivo esempio da cancellare. Questa è in realtà la finalità della propaganda contro il lavoro pubblico e per questo la risposta dei sindacati e dei lavoratori (del pubblico e del privato, stabile o precari) non può essere che pretendere, uniti, uguali diritti per tutti anziché accettare che, pezzo per pezzo, i diritti di tutti vengano eliminati per arrivare ad una uguaglianza che significa solo uguaglianza della povertà e dell’insicurezza a favore dell’aumento della ricchezza dei soliti pochi.
Cinzia Colombo
lavoratrice del Pubblico Impiego
Rete 28 Aprile nella CGIL



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