Siamo fascisti e non ce ne vergognamo: ma il problema stranieri c’è
7 Settembre 2005
Egregio Sig. Direttore,
ho letto con attenzione l’articolo/intervista di “M. Man.” intitolato “Non c’è futuro senza perdono. Pace tra Varese e gli stranieri”. Ho trovato molto interessante e suggestivo quanto riportato, ma mi sento di fare degli appunti: quando il Sig. Thierry Dieng parla di “ribalta nazionale” come città xenofoba e razzista, riguardo Varese, mi preoccupa perché avvalora le tesi di giornalisti indipendenti come gli inviati di “Indymedia Italia” che hanno definito la fiorente Città Giardino come “nazilandia” (termine, a loro modo spregiativo, che mirerebbe ad associare all’Idea socialista nazionale, una forma di socialismo che si distingue da quello internazionalista per i caratteri etno-identitari, un giudizio formale di anti-semitismo e quant’altro); ricordo che l’assassinio di Claudio Meggiorin – che, ad ogni modo, andrebbe cassato dalle cronache, perché è disgustoso che si continui, a pochi mesi dalla tragedia, con la strumentalizzazione di un ragazzo che è morto in condizioni inaccettabili – fu una vera e propria esecuzione. Esecuzione che rimanda all’Apartheid, sì, ma *anche* a quella dei Boeri, che l’associazione “Caccia all’uomo bianco” ha raccolto in una rassegna fotografica che registra atti di una ferocia uguale a quella dei gulag stalinisti e delle foibe titine. Altresì, vorrei ricordare che chi, come noi fascisti (sì, perché ancora ci fregiamo d’esserlo, per quanto – forse – indegni d’essere definiti tali), ha un’identità culturale forte e un viscerale attaccamento alla Patria, alla Nazione e alle tradizioni del nostro popolo, non ha bisogno di cercare lo scontro di civiltà per sentirsi “qualcuno”: le nostre campagne contro l’immigrazione sono contestuali ad una situazione d’illegalità palese, riscontrabile visitando le carceri nazionali, i centri d’accoglienza e, ahimé, gli stessi sobborghi cittadini… nonché all’inconciliabilità delle culture allogene, che creano disagio sociale perché incapaci d’adeguarsi ai tempi, ai modi e ai costumi dei nostri connazionali: non c’è alcun sentimento xenofobo, né tantomeno “razzista”. È una posizione razionale, dettata dal buonsenso. Ovvio che, poi, dinanzi ad una tragedia ci sia chi perde il lume della ragione, preda degli eventi, ma si tratta di casi isolati e non certo supportati da ragioni ideologiche. Al contrario, la Fiamma Tricolore di Varese e della Lombardia (attraverso l’operato del Sig. Dario Frattini, Coordinatore Regionale, che sarà presente a Roma per l’ufficializzazione nel weekend tra il 15 e il 16 settembre) ha portato avanti un progetto di dialogo con i rappresentati delle ex-colonie del Corno d’Africa, uomini e donne dal doppio passaporto che vengono nel nostro Paese per lavorare e vivere secondo le nostre leggi e la nostra morale, per regolarizzare una situazione che il nostro governo democratico non ha neppure preso in considerazione, mentre in taluni casi – come avviene per i rapporti con la Libia di Gheddafi – si permette addirittura che criminali recidivi abbandonino il proprio Paese per trovare ricovero in Italia. E, allora, non facciamo del vittimismo: il popolo insorge contro il “negro” – per quanto, nel caso di Varese, il problema sia costituito più dai 7000 Albanesi regolari (e chissà da quanti irregolari) – perché è asfissiato da una convivenza impossibile, che lo Stato non si degna di risolvere e che le amministrazioni locali non possono (o, non vogliono?) sostenere. Non c’è alcuna matrice ideologica. Lo stesso avveniva nei confronti dei connazionali del meridione all’inizio del secolo scorso, eppure non mi sembra che qualcuno si sia mai lamentato, predicando “concordia oppositorum”, con la dirigenza leghista per le sue asserzioni politiche (già, perché le disposizioni transitorie della Costituzione e l’apologia di reato sono reati contestabili esclusivamente nei confronti dei fascisti). E, ribadisco, “politiche”: qui, invece, si tratta dell’esasperazione delle classi meno abbienti che si rivoltano all’indifferenza delle istituzioni. Già, perché la “business class” che sfrutta il lavoro nero, rientrando nei propri appartamenti, paga fior di milioni (di vecchie lire) per assicurarsi la protezione delle sempre più numerose società di sicurezza privata: ovvio che l’intellighentia radical-chic non si preoccupi dell’immigrato clandestino. Sono sempre i lavoratori a farne le spese. Giusto, quindi, dare a tutti la possibilità d’esprimersi e giusto anche conoscere l’arte e la cultura di un popolo lontano – sotto tutti gli aspetti – dal nostro: visiterò con curiosità l’esposizione di Casbeno (quartiere che conosco bene), ma trovo ingeneroso dare dei Varesini una definizione così populistica e ipocritamente “politically correct” di “xenofobi e razzisti”, solo perché hanno pianto un amico scomparso. Anzi, provo una certa pena all’idea che possa esistere chi, in una situazione del genere, s’astenga dal farlo. Cordialmente,



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