Solidarietà ai metalmeccanici
5 Dicembre 2005
Egregio direttore
venerdì 2 dicembre a Roma, ancora una volta i metalmeccanici hanno dato vita ad una grande manifestazione nazionale a sostegno dello sciopero, per il rinnovo del loro contratto di categoria. Nelle trattative per il rinnovo del biennio economico del contratto, Federmeccanica si è detta disponibile a prendere in esame l’aumento dei salari, solo in cambio dell’introduzione d’elementi di flessibilità lavorativa da contrarre o estendere senza contrattare con i sindacati.
Salario per orario è lo scambio prospettato, forse nel tentativo di spianare la strada ad un nuovo modello contrattuale e ad un nuovo schema di relazioni industriali da affiancare a ciò che già prevede la legge 30, che divide e frammenta il ruolo della rappresentanza. Negli ultimi tre anni in Italia, le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno subito, in potere d’acquisto, una perdita dello 0,6 per cento. Circa 6 milioni di lavoratori pubblici e privati aspettano di rinnovare, con grande ritardo, i loro contratti di lavoro.
Il governo Berlusconi si è distinto per l’assenza di politiche industriali, per la precarizzazione con conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro; per non parlare del mancato controllo su prezzi e tariffe e, da ultimo, per una finanziaria che taglia i servizi e non sostiene i redditi delle famiglie. La Segreteria Nazionale dei Democratici di Sinistra ha condiviso le ragioni dello sciopero e della manifestazione dei metalmeccanici a Roma e ha invitato i cittadini e i propri iscritti a partecipare.
È una lotta che condividiamo: è per difendere lo stesso contratto di lavoro e per conquistare un salario che tuteli il potere d’acquisto delle retribuzioni dall’inflazione reale. Siamo solidali con i lavoratori che scendono in piazza per contrattare migliori condizioni di lavoro, per un salario giusto e contro un modello industriale che ha portato crisi, precarietà e disoccupazione.
Talvolta negli ultimi anni si è confuso il passaggio alla post-modernità con il venire meno della «centralità operaia». Le modifiche intervenute nel modello organizzativo dell’impresa di fronte alla competitività imposta dalla globalizzazione, sono state interpretate come la fine del lavoro e la scomparsa degli operai. Ma il lavoro non è finito, si è ancora una volta trasformato e pone alla politica e al sindacato nuove sfide di rappresentatività.
Da questo si deve ripartire per affrontare il tema centrale dello sviluppo qualitativo e sostenibile del paese e della crescita in competitività, a cui deve corrispondere un’equa redistribuzione delle risorse.
L’Unione sta preparando il suo programma di governo. In esso, i temi dello sviluppo, del lavoro, delle tutele sociali e delle retribuzioni, troveranno un posto centrale. Si tratta di invertire la rotta, di dare al Paese il senso d’un radicale cambiamento negli indirizzi di politica economica e sociale.
In questo modo il centrosinistra potrà rispondere alle ansie e alle incertezze di milioni di persone e contribuire a rendere il lavoro nuovamente visibile.
Cordiali saluti



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