“Tenete i nonni a casa, finché potete“
24 Marzo 2021
Ordinaria storia di sanità lombarda
Gentile direttore,
non voglio tediarLa con un’altra storia legata all’emergenza sanitaria, vista la notevole quantità di
testimonianze che vi giungono, ma tengo davvero ad esporLe quanto segue anche per evitare – se
possibile – che qualche altra persona in queste condizioni viva un’esperienza similare.
Mio padre è del 1925: non è autosufficiente, lo assistiamo a casa grazie alla splendida
collaborazione di altrettanto splendide “badanti”. Una mattina di febbraio decide di farci uno
scherzo: dopo la colazione non reagisce, non si muove, come se fosse andato via. Chiamiamo
l’ambulanza e viene prontamente preso in carico dal PS dell’ospedale di Circolo: si sospetta una
piccola ischemia. Qui inizia il calvario.
Viene sottoposto al tampone di routine: positivo. Viene così ricoverato in un reparto Covid,
nell’incredulità di tutti noi, perché davvero utilizziamo precauzioni notevolissime. Io, mio marito,
mio fratello e le due badanti (in una parola, tutte le persone a contatto con mio padre) ci
sottoponiamo al tampone: tutti negativi. Dopo questi esiti, sollecitiamo l’ospedale a svolgere un
altro tampone, che gli viene fatto solo dopo numerose insistenze e comunque prima di quello di
controllo previsto dalla prassi: negativo. Mio papà, di fatto, ha trascorso dodici giorni in un reparto
Covid “gratuitamente”, senza averne le caratteristiche e con tutte le possibilità del caso di
contrarre realmente il maledetto virus.
Lo trasferiscono fortunatamente in un altro reparto, dove continua la sua degenza per quasi altre
tre settimane in cui supera alcune infezioni, insorte in ospedale a causa di piaghe da decubito MAI
avute prima, per poi essere dimesso. Intendiamoci, siamo immensamente fortunati ad averlo
potuto ricevere nuovamente a casa, a quell’età non è un evento così probabile. D’altro canto è
uscito dall’ospedale in condizioni di gran lunga peggiori di quando vi era entrato.
Prima del ricovero, utilizzava regolarmente il bagno: adesso ha un fastidiosissimo catetere. Prima
del ricovero, mangiava per bocca e di gran gusto: adesso è alimentato tramite un sondino
nasogastrico, col quale gli era inizialmente stato prescritto un dosaggio di cibo adatto per una
persona di 50 kg, non per un uomo che ha sempre superato gli 80 kg. Prima del ricovero, stava
tranquillamente seduto in poltrona e faceva un po’ di fisioterapia privatamente per mantenere un
minimo di massa muscolare: adesso è completamente allettato, con piaghe indicibili ai piedi e sui
glutei. Ha perfino un’intera gamba totalmente irrigidita, che non riesce più a piegare, e un piede
intraruotato in modo del tutto innaturale che non è possibile riportare ad una posizione normale.
Urla al minimo movimento, sia per le piaghe, sia per lo stato di rigidità muscolo-articolare in cui si
trova. Probabilmente per un mese intero non è stato fatto muovere nemmeno una volta. So che
questo non è dovuto a mancanza di buon cuore e buona volontà del personale sanitario e non
smetterò mai di ringraziare i medici e gli infermieri che lo hanno avuto in cura, anche perché ogni
giorno mi aggiornavano, o riuscivano persino a farmi vedere mio papà tramite WhatsApp. Ma è
evidente, purtroppo, come un ospedale lombardo oggi non sia nelle condizioni di assistere
degnamente i cosiddetti “grandi anziani”, perché non si può garantire loro quell’attenzione
specifica e dettagliata (fatta anche di interventi che vanno oltre una terapia farmacologica, che
richiede tempo e personale adeguato in numero e formazione) che persone già così provate
dall’età necessitano di avere. Una regione che ha tagliato la propria “eccellenza” in nome del
risparmio, che favorisce la sanità privata a discapito di quella pubblica, che non è attenta ai reali
bisogni di chi non ha la forza o la capacità di far valere i propri diritti, è una regione in cui non mi
riconosco e della quale mi vergogno profondamente. Questa non è la mia Lombardia. Questa non
è la mia Italia. È il disastro che fa séguito a tanti anni di una politica che ingrassa pochi e
impoverisce i cittadini dei servizi essenziali.
Tornando alla mia storia, il mio consiglio è questo: se avete la fortuna di avere ancora i “nonni” a
casa, fate di tutto per tenerli lontani dagli ospedali. Vedere mio papà tornare a casa in condizioni
così disastrose, che lo accompagneranno presumibilmente sino al suo ultimo giorno con dolori
atroci, mi ha fatto e mi fa immensamente male. Tenete a casa i nonni, finché potete.
Laura



Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.