Un tema cruciale per il futuro della sinistra e del nostro Paese
3 Ottobre 2005
Purtroppo, tolte alcune eccezioni (come il raduno della gioventù cattolica, svòltosi recentemente a Colonia), la questione giovanile è diventata, come altre questioni sociali del nostro tempo e del nostro Paese, un oggetto misterioso. Eppure, un’indagine e un approfondimento della condizione giovanile sono tanto più necessari quanto più bassa, e non da ieri, appare oggi la soggettività giovanile e quanto più una siffatta ricerca procede in controtendenza rispetto ad una situazione che vede i giovani prevalentemente come oggetto, e non come soggetto, del discorso, dell’analisi e delle proposte che li riguardano.
Articolerò questa riflessione, che concerne un tema cruciale per il futuro della sinistra e del nostro Paese, in tre parti: un’interrogazione, una provocazione e una conclusione.
Comincio dall’interrogazione, formulando appunto una domanda che riguarda la percezione del secolo scorso e, in particolare, l’evento, per così dire inaugurale, che ne segnò l’inizio: la ‘grande guerra’. Ebbene, mi domando quale risonanza e quale posto abbia nell’immaginario dei giovani e nella loro memoria storica una qualche idea, sia pur vaga, dei loro coetanei di poco meno di cento anni fa che vissero l’esperienza di quel conflitto: giovani e meno giovani a cui sono intitolate piazze, larghi e vie delle nostre città e i cui nomi, che nessuno legge, sono incisi sulla base di monumenti, che nessuno guarda. Si tratta dei giovani che fra il 1915 e il 1918 raggiunsero il fronte per andare a combattere, morendo o – e questa fu la sorte dei più fortunati – restando per sempre segnati nella carne e nell’animo da quella terribile esperienza di atroce violenza che fu la ‘grande guerra’, una guerra di grandi masse, basata su una mobilitazione totale che saldò fronte interno e fronte militare, come mai era accaduto in precedenza e come accadrà sino alle ultime guerre di questi anni ’90 contro la Jugoslavia e contro l’Iraq. A quelle generazioni furono riservate, nondimeno, altre esperienze di grande importanza storica: dal ‘biennio rosso’ al fascismo, dalla seconda guerra mondiale alla Resistenza.
Il contrasto con l’attuale generazione di ragazzi è palese: se si esclude infatti l’impegno nel volontariato, quali esperienze di importanza storica paragonabile a quella che contraddistinse le esperienze che ho testé richiamate può iscrivere nel suo ‘album di famiglia’ una generazione il cui nome sembra scritto sulla sabbia?
Forse è meglio che sia così, se dobbiamo prestare fede a quel poeta che giustamente compiange i popoli che hanno bisogno di eroi; forse è meglio che i giovani facciano le loro esperienze nel campo della realtà virtuale, navigando in Internet oppure scambiando il divertimento con lo stordimento nelle discoteche oppure… oppure… (lascio ai lettori la facoltà di aggiungere altre esemplificazioni della condizione giovanile in quella che Emil Luttwack, un acuto storico e politologo statunitense, ha definito, riferendosi all’Occidente, l’età post-eroica).
Esiste dunque, nella percezione dei giovani di oggi, un qualche rapporto psicologico e morale con i giovani di allora? Mi sembra difficile contestare che, se la risposta dovesse essere negativa, se non esistesse alcun rapporto e quindi la percezione di quegli eventi sfumasse nell’indistinto, ciò significherebbe che è intervenuta una cesura storica profonda che non può non preoccupare sia la società civile sia la società politica di questo Paese, perché investe i temi nodali dell’identità nazionale e della cittadinanza repubblicana.
La seconda parte di questa riflessione ha un carattere un po’ provocatorio: chi scrive appartiene, infatti, alla generazione dei ragazzi del ’68, una generazione che non intende assolutamente idealizzare né tantomeno contrapporre a quella odierna, anche perché, contrario, come egli è, a fare di tutt’erba un fascio, ritiene che la sua generazione si possa dividere in tre parti: una parte che si è felicemente integrata nel sistema che aveva contestato; un’altra parte che ha fatto la scelta radicale della lotta armata contro il sistema, pagando con la morte o con il carcere il prezzo di tale scelta; una terza parte che è stata emarginata (o ha scelto di restare ai margini), rifiutando sia di comandare sia di obbedire in una società fondata sulla corsa al successo e sulla ricerca dell’arricchimento ad ogni costo. Chi scrive desidera sottolineare che è questa la parte cui si onora di appartenere, la parte che del ’68 conserva una consapevolezza che è fondamentale per chiunque abbia a cuore la crescita civile delle nuove generazioni: ‘chi non fa politica la subisce’. Una consapevolezza che è fondamentale perché aiuta a comprendere che la libertà non è una concessione o un regalo, ma va conquistata, e perciò, da questo punto di vista, è del tutto giusto affermare, come ha fatto Raoul Vaneigem in un aureo libretto dal titolo “La scuola è vostra”, dedicato per l’appunto al problema della formazione delle nuove generazioni, che «il lassismo non è il soffio della libertà: è la tirannia che prende fiato».
Purtroppo, la generazione dei ragazzi del ’68, ossia degli attuali ultracinquantenni, non è stata in grado se non in misura assai modesta di trasmettere la parte più valida e significativa della sua esperienza politica, ideale e morale alle generazioni successive, né il clima di restaurazione modernizzante che ha seguito quegli ‘anni formidabili’ ha reso più facile questo compito. È così accaduto che i ragazzi di oggi abbiano molti professori, ma ben pochi ‘maestri’, anche se i ragazzi di oggi sentono, e a volte esprimono in modo palese, il bisogno di ‘maestri’ (i ragazzi del ’68 li avevano e anche per questo poterono contestarli). Sia chiaro che qui non ci si riferisce ai guru, agli psicagoghi o ai mistagoghi, né tantomeno ai demagoghi, ma ai maestri autentici, quelli capaci di aiutare i giovani a scoprire il mondo in se stessi e se stessi nel mondo, risvegliando sotto la cenere della loro apparente indifferenza il fuoco dell’entusiasmo.
La storia dell’Italia repubblicana dimostra che tutte le svolte del cinquantennio sono state segnate da un marcato protagonismo giovanile: così fu per la ‘generazione delle magliette a strisce’ che, quando nel giugno del 1960 i nostalgici di un passato vergognoso rialzarono la testa, scese nelle strade e nelle piazze per contrastare quel rigurgito, dando vita ad una Nuova Resistenza e suscitando perfino lo stupore delle forze democratiche e antifasciste delle generazioni precedenti; così fu per la mobilitazione che vide accorrere la gioventù italiana in uno slancio generoso e appassionato di solidarietà, quando nel 1966 l’alluvione colpì Firenze, città-simbolo non solo della civiltà italiana ma della stessa civiltà mondiale; così fu ancora per il grande ciclo dei movimenti giovanili che ebbe le sue tappe fondamentali nel biennio 1968-1969 e poi nel 1977, prima che il massiccio spostamento dei giovani verso un’alternativa di sistema venisse intercettato e quindi arrestato con la diffusione altrettanto massiccia (e scientificamente pianificata) della droga e dei disvalori del qualunquismo, del consumismo, dello yuppismo e del rampantismo da una società sempre più appiattita su un’immagine di futilità televisiva. Ma questa è la cronaca degli anni ’80 e ’90, quando la questione giovanile cessa di essere una questione nodale della emancipazione e tende a contrarsi nella problematica del disagio, della devianza e dell’emarginazione.
Ed ecco, allora, la conclusione di questa riflessione. Essa si chiama ‘nuovo umanesimo’: un ‘nuovo umanesimo’ adeguato all’epoca della rivoluzione informatica e microelettronica, che, senza nulla sacrificare di ciò che offre l’enorme sviluppo delle forze produttive, di ciò che contiene in sé la possibilità di favorire un’estrinsecazione dei sensi e delle facoltà umane quale mai la storia sperimentale della specie umana ha conosciuto, saldi l’antico al nuovo, il particolare all’universale, il locale al globale; un ‘nuovo umanesimo’ che faccia della giustizia e della libertà, nonché della pace, la quale senza le prime due è solo una maschera del privilegio, dell’arbitrio e del sopruso, le passioni più potenti di una democrazia rinnovata; un ‘nuovo umanesimo’ che si nutra di sincerità, di coraggio e di coerenza, virtù tipicamente giovanili, ma che, se praticate, mantengono giovani anche gli adulti e gli anziani; un ‘nuovo umanesimo’ che lotti per affermare i valori della solidarietà con i popoli e con le classi oppresse, per garantire il rispetto e la difesa dell’ambiente, per realizzare una scuola formativa, per fare di una società multiculturale una società interculturale, salvaguardando le specificità senza ghettizzarle e, insieme, promuovendo non solo la ricerca e la discussione, ma anche l’iniziativa e l’organizzazione su un tema che – è bene ripeterlo – è un tema cruciale per il futuro della sinistra e del nostro Paese.



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